avverbi e insicurezza letteraria

Una professoressa di filosofia mi disse che gli avverbi sono sfruttati dai filosofi, perché non possono lasciare nulla al caso.
I loro saggi vengono rivoltati come calzini prima che una loro teoria possa essere ritenuta valida. E gli avverbi servono a determinare il livello di certezza che nutrono nei confronti di una certa cosa.
Proprio per questo credo si usino per nascondere un’insicurezza, soprattutto quando si tratta di esprimerla su carta.
Vediamo un paio di esempi.

Mi capita di dire la mia opinione su argomenti che ancora non conosco a fondo. Per questo preferisco esprimermi lasciando una finestra aperta, così che gli altri possano aggiungere parti mancanti al mio discorso.
Ed ecco che dalla mia bocca escono sostanzialmente, praticamente e generalmente.
Lo stesso vale quando non sono certa che il mio discorso risulti chiaro agli interlocutori, e ho notato lo stesso in alcuni manuali o testi universitari.

Il mio preferito è ovviamente.
Nel leggerlo provo una serie di sensazioni contrastanti: lo scrittore si sta scusando perché trova la cosa ovvia, perché riconosce che c’è la possibilità che ovvia non sia?
Oppure cerca conferma da parte di chi lo legge?

Ovviamente non funziona sempre così.
E a te che sensazione mandano gli avverbi?

Avverbi e insicurezza letteraria