La Penna Nel Cassetto invia racconti via posta (#leimeritaspazio)

La fine dell’anno si avvicina e con lui la campagna di Bossy #leimeritaspazio.
Per tutto il 2018 si è parlato di donne, figure a cui ispirarsi e che non hanno avuto lo spazio che meritavano nei libri.
Il 2018 è stato un’opportunità soprattutto per chi donava spazio, perché ha permesso di conoscere donne argute, capaci, piene di idee.

Tra queste c’è anche Amalia, conosciuta online come La penna nel cassetto, che a inizio dicembre ha contattato me e altri blogger per un’iniziativa dal gusto natalizio: inviare racconti via posta. Continua a leggere “La Penna Nel Cassetto invia racconti via posta (#leimeritaspazio)”

Disney a Natale: Mary Poppins è tornata?

Buongiorno Quattrocchi!
Com’è andato il tuo Natale?
Hai mangiato a sufficienza per entrare in letargo?
Nel caso tu sia già pronto a goderti gli ultimi giorni del 2018 sotto le coperte e con in mano niente più che una tazza di tè, ricordati che tutti i contenuti natalizi con gli occhiali li trovi sotto l’hashtag #OcchioAlNatale e tra le curiosità.

Ma veniamo subito al dunque.
Nelle stories su Instagram ha vinto il sì per una recensione post-natalizia su Il ritorno di Mary Poppins, quindi eccomi a condividere con voi il mio punto di vista, questa volta con allerta spoiler

Disney a natale: il sequel di Mary Poppins 

Disney a natale: il sequel di Mary Poppins 

Il 20 dicembre è uscito Il ritorno di Mary Poppins e come da tradizione non potevo farmi mancare il Disney a Natale su grande schermo.
Vedere i classici Disney al cinema è qualcosa che mi rende euforica, piena di entusiasmo. Mi fa sentire felice e sento le emozioni duplicate, come quando ero bambina.
In pratica sono senza contegno e chi mi accompagna lo sa bene.

Quest’anno poi il compito di farmi divertire, piangere e ridere è toccato al sequel di Mary Poppins (1964) e le aspettative erano parecchio alte. Ma a me è andata anche bene, perché c’è chi ha avuto cinquantaquattro anni di tempo per accumularle.

Con il personaggio di Mary Poppins ho sempre avuto un rapporto di amore-odio.
Lei che si definiva “praticamente perfetta sotto ogni aspetto” mi faceva salire un po’ il nervoso, ma sapeva farsi perdonare con le sue canzoni e i luoghi fantasiosi in cui speravo di finire anche io.

Ecco perché dopo aver visto il sequel mi sono chiesta: ma Mary Poppins è tornata?

Mary Poppins vent’anni dopo

Mary Poppins vent'anni dopo

Il ritorno di Mary Poppins penso sia caduto in fallo come la maggior parte dei sequel Disney, ai quali fanno eccezione i seguiti di Toy Story.

Trattandosi di un ritorno e non di una rivisitazione, quello che mi aspettavo era di ritrovare il personaggio di Mary Poppins e l’abilità delle storie per bambini di trasmettere concetti complessi.

In questo secondo capitolo ambientato durante la grande depressione (1930), ossia vent’anni dopo la prima avventura, l’escamotage narrativo è dato dalla perdita di un documento bancario che Michael Banks, ora padre di famiglia con tanto di baffi, deve ritrovare per non perdere la casa.

Mary Poppins fa ritorno in Viale dei Ciliegi numero 17 per aiutare la famiglia in questo momento delicato, ma non ha lo stesso impatto che aveva nel primo film.

In questa seconda pellicola l’andamento della trama è molto lineare e segnato da un aumento sempre più sgargiante di colori. Si parte infatti con la visione di una Londra grigia e tetra, che sul finale riprende colore e allegria.
Niente a che vedere con la magia di Mary Poppins, nel quale gli autori hanno saputo alternare momenti di gioia a momenti tristi e carichi emotivamente sfruttando il tipico clima londinese.
Per non parlare del nemico, sempre raffigurato da uno dei capi della banca, che vediamo comparire sotto la forma di un lupo in versione cartoon in uno dei luoghi magici in cui Mary Poppins porta i bambini.
Questa scelta narrativa penso abbia portato sullo schermo il rapporto finzione/realtà, marcando a tal punto i due mondi che le parti più fantasiose non possono più sembrare possibili.

Per qualcuno si è perfino trattato di un musical troppo lungo e carico di canzoni, ma la verità è che dura quasi quanto il primo (130 minuti contro i 138 del primo film).
Questa sensazione penso sia causata dai testi delle canzoni, meno coinvolgenti e d’impatto.
La delusione maggiore è stato sentire il brano che avrebbe dovuto sostituire Supercalifragilistichespiralidoso (che ovviamente so tutta), carico di termini inventati e buttati un po’ a sproposito.

Mary Poppins: da libro a film

Disney a Natale: Mary Poppins è tornata?

Se hai visto Saving Mr. Banks (2013), saprai che il musical di Mary Poppins targato Disney non è altro che un adattamento cinematografico del libro scritto da P.L. Travers nel 1934. 
E anche il sequel appena uscito nelle sale deve la sua sceneggiatura a un libro, ossia Mary Poppins ritorna, pubblicato nel 1935.

Al contrario del primo libro, il seguito non ebbe molto successo e penso che questo si sia riflesso sulla versione cinematografica.

Confronto tra Mary Poppins

Confronto tra Mary Poppins

Il primo confronto che mi è venuto spontaneo è tra le due Mary Poppins.
Ho apprezzato Emily Blunt, ha un volto molto espressivo e nelle scene danzate è stata eccezionale, con la grazia e il contegno inglese dato al personaggio.
Ma non ho riconosciuto Mary Poppins.
La sensazione è stata quella di vedere sullo schermo un’imitazione della tata che mi aveva insegnato a sistemare la camera a suon di musica.

Per quanto Mary Poppins si sia fatta amare dai bambini, il suo ruolo di bambinaia prevedeva il rispetto delle regole.
Sapeva rendere piacevoli anche le cose più noiose, come sistemare la stanza, e quando si trattava di dire no, non si faceva certo indietro.

La Mary Poppins di Emily Blunt è come distratta dal suo ruolo di bambinaia.
In una scena si ferma a chiacchierare sul balcone con ilsuo vecchio amico Jack, lampionaio, e nonostante senta chiaramente litigare i bambini interviene solo all’ultimo.
Così come alla banca, pur vedendoli confabulare e poi correre su per le scale, li lascia andare nell’ufficio del capo del padre a combinare un possibile disastro.

A questo si somma la mancanza di una spalla come lo è stata Dick Van Dyke, nei panni dello spazzacamino Bert, per Julie Andrews.
Bert portava allegria e spronava Mary Poppins, cosa che Jack non è stato in grado di fare: un personaggio che ho trovato insipido e di poco spessore.

Nel cast compaiono anche attori di un certo calibro: Colin Firth interpreta il banchiere che cerca di rovinare i Banks, mentre Meryl Streep una cugina di Mary Poppins.
Entrambi sostituzioni di due personaggi del primo film, ossia il capo della banca e zio Alfred.

 

Purtroppo sono uscita dalla sala senza lucciconi o con la voglia di cantare.
Ho trovato banale anche l’accenno di storia d’amore tra Jane Banks, che tra l’altro ha seguito le orme della madre diventando sindacalista, e il lampionaio Jack.
La fortuna è che un paio di scene meravigliose ci sono: il ballo dei lampionai, che riprende in modo unico la danza degli spazzacamini, e il cameo di Dick Van Dyke.

E ora che ho ripercorso l’intera storia, mi rendo conto di quanto mi manca Mary Poppins.
Quindi prima che l’emozione delle feste si affievolisca, penso mi infilerò sotto le coperte e lo guarderò con due pacchi di fazzoletti a portata di mano!

Il disagio dello studente in 3 #mainagioia

Buondì Quattrocchi!
L’argomento di oggi trovo si abbini con il mese di Novembre, periodo di piogge, freddi umidi e grigiori.
Ma soprattutto segna l’inizio di una collaborazione con i ragazzi di WhiriWhiri e la community che vogliamo aiutarli a formare.
E che sia sempre più grande, per una condivisione di nuovi punti di vista.

Tra i temi che tratteremo insieme ai whiris (appellativo inventato così, su due piedi) c’è l’ansia dello studente. Quindi partiamo con una domanda: te lo ricordi quando ha avuto inizio il #mainagioia?

Io sono andata “sull’internet” come fanno tutti e mi sono messa a cercare.
Il boom è arrivato nel 2016, quando ormai avevo finito l’università.
Insomma, sembra quasi mi voglia prendere in giro: non ho nemmeno avuto il tempo di godermi il #mainagioia.
Di questo hashtag ho letto dei post, forse l’ho pronunciato, ma non quando avrei davvero voluto: durante gli studi.
Mai ‘na gioia per davvero, mi viene da dire.

E per quanto si tratti di un trend, o un lifestyle come ritengono alcuni, mi è venuto spontaneo pensare ai miei anni da studentessa e ai momenti no, vissuti da sola o condivisi con i miei compagni e colleghi.

Il disagio dello studente è pieno di sfumature, può essere passeggero o una condizione più o meno stabile.
Può farci ridere, piangere, arrabbiare o rendere nervosi.
Quindi eccomi qui a parlare dei 3 #mainagioia più fastidiosi, antipatici e sofferenti avvenuti durante il periodo di studi.

1. Il liceo fa schifo: #mainagioia adolescenziale

Il liceo fa schifo: #mainagioia adolescenziale

Non tutti lo pensano, affatto.
C’è chi ha vissuto il liceo in totale serenità, e l’ultimo anno si è sentito quasi disperato all’idea di avere portato a termine cinque anni meravigliosi.

Io non ero di questa idea, purtroppo, e in più di un’occasione mi è balenata in testa la frase “il liceo fa schifo, dopo sarà meglio”.
Un modo per rassicurarmi, che per fortuna si è rivelato essere vero.
Ma un passo alla volta.

La mia adolescenza è stato un duro scoglio per me, e so che lo è stato anche per i miei genitori. I due rappresentanti del popolo adulto con cui avevo a che fare per la maggior parte delle volte.

Ed ecco il mio #mainagioia adolescenziale più grande: volevo essere scrittrice.
Scrivevo tanto: racconti, tentati romanzi, poesie.
E a posteriori ho capito che quella forte esigenza di scrivere era dovuta a uno stato di malessere, che non capivo. Che non aveva una sua reale forma e dimensione.
Era la sensazione di essere un pesce fuor d’acqua.

Mi sentivo incompresa, e a causa di questo a volte mi sono percepita superiore agli altri.
Più matura rispetto a quelli della mia età, migliore rispetto a chi mi circondava.
Una condizione che in realtà non portava molti vantaggi.
Sentirsi migliore degli altri mi ha fatta cadere in un circolo vizioso, in cui mi mettevo sempre alla prova con standard troppo elevati e che faticavo a raggiungere. In più il rapporto con gli altri era difficile da costruire.

Per fortuna ho sempre cercato di vedermi da fuori, e questo nel tempo mi ha portato a una maggiore elasticità.
E ora eccomi qui: alla fine ho trovato il modo di continuare a scrivere senza sentirmi fuori posto. Soprattutto mi ha fatto bene ridimensionarmi.

2. Quella volta che le mestruzioni #mainagioia

Quella volta che le mestruzioni #mainagioia

Tutte abbiamo avuto dei momenti no con le mestruazioni.
A partire dai dolori fino al sentirci scomode, perché che se ne dica indossiamo un pannolino.

Intorno a questo argomento c’è un alone di vergogna, nonostante le mestruazioni siano parte dell’essere femmine. E di conseguenza coinvolga più della metà delle persone di questo pianeta.

Se parliamo di mestruazioni ci viene spontaneo scusarci, nel caso siano in ascolto degli uomini. Perché non lo reputiamo un argomento di cui poter parlare liberamente.
La stessa accortezza non c’è, però, quando un gruppo di ragazzi parlano del proprio pene o di argomenti sessuali. Magari infastidiscono (e non solo noi femmine, so che molti ragazzi si sentono a disagio allo stesso modo), ma si tende a non dire nulla.

Tutto questo rende ancora più difficile gestire le occasioni problematiche.
Come quella volta che mi è arrivato il ciclo in anticipo, ero in classe e ho macchiato i pantaloni in velluto.
Una cosa odiosa, perché mi sentivo sporca e nemmeno le bidelle avevano un assorbente da darmi.
Ho tenuto la felpa legata alla vita per tutta la mattinata, con una sensazione di vergogna mista a orgoglio che non mi ha fatto chiamare mia madre per farmi portare un cambio.

Non so se qualcuno lo ha notato, ma quella giornata per me è durata decenni.
Un #mainagioia per i quali ho avuto gli incubi!

3. A un esame dalla laurea il #mainagioia

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Ed eccomi arrivata all’evento che mi ha fatto passare notti insonni.
Avevo finito gli esami della triennale a maggio, la tesi era quasi conclusa.
Ero felice come mai prima: mi stavo laureando alla prima sessione!

Ero orgogliosa di me, piena di entusiasmo, un po’ preoccupata per i capitoli della tesi ancora da correggere.
Ma c’ero quasi, finalmente stavo per laurearmi!

Secondo il regolamento universitario, la tesi andava conclusa e caricata online un mese prima della sessione di laurea, che cadeva a luglio.
Quindi entro il 19 giugno doveva essere tutto pronto e sistemato.
Compresi gli esami.

Il mio ultimo esame ero Introduzione allo studio delle religioni. Lo avevo superato con un 26. Ricordo ancora il bruciore per avere abbassato la media a cui avevo lavorato tanto.
Era durato comunque molto poco, perché quello che volevo era mettermi in testa la coroncina d’alloro e filare verso la magistrale.

A una settimana dalla scadenza mi arriva un messaggio della segreteria: le manca un esame.
Non era vero, non poteva esserlo. Anche perché avevo già pagato la tassa di iscrizione alla laurea.

Invece era così: la professoressa si era dimenticata di registrare il voto, era partita per la Germania e tanti saluti.
Quel 26 non mi era mai parso tanto bello e irraggiungibile come in quel momento.
Ho trascorso cinque giorni con l’angoscia, ho fatto una miriade di telefonate. Più il tempo passava, più sentivo il terreno franarmi sotto i piedi.

A un paio di giorni dalla consegna finale, la mia frustrazione si è digi-evoluta.
Mi sono presentata dal direttore di facoltà e l’ho fatto chiamare in Germania per farsi dare le credenziali e risolvere il problema.

Insomma, festeggio ancora il lieto fine e sono contenta di avere dato una svolta ai miei #mainagioia.
Mi ha fatto bene provare tutte queste cose, ha irrobustito il mio carattere e mi ha fatto vedere le cose sotto una luce diversa: provare rabbia, frustrazione, angoscia e ansia è giusto. Non rende peggiori, ma consapevoli.

Bene, ora tocca a te!
Condividi il tuo (o i tuoi) #mainagioia. Se non vuoi comparire qui sotto nei commenti, scrivi una mail dall’area contatti: ti risponderemo in privato 😉

Al prossimo punto di vista!