“Dolor y gloria”: una sinfonia di ricordi e sofferenze

Il dolore fisico di un corpo non più giovane tormentato da numerose malattie che, in simbiosi l’una con l’altra, rallentano la vita e rendono epico ogni movimento e ogni azione quotidiana.

Il dolore dell’anima dovuto alla perdita di una madre adorata e a un amore conclusosi da più di trent’anni, i cui dolci ricordi sono ancora motivo di sofferenza.

La gloria ritrovata di un regista osannato dalla critica e dal pubblico che, a causa degli spettri dell’esistenza, aveva perduto ogni speranza.

Il supplizio e una nuova notorietà sono i due poli attorno ai quali ruota Dolor y gloria, il nuovo successo cinematografico di Pedro Almodóvar.

Il registra spagnolo, autore di importanti pellicole come Tutto sua mia madre, insignito dell’Oscar come miglior film straniero nel 2000, VolverDonne sull’orlo di una crisi di nervi, Julieta e La mala educación, dirige, in questo nuovo e atteso lungometraggio, con sapiente maestria un fragile Antonio Banderas e una premurosa Penélope Cruz.

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Il Diavolo di Tiffany McDaniel

Chi è il diavolo?
Senza scomodare la teologia, ci immaginiamo subito corna, forcone e fiamme.
Un vero e proprio mostro.

Al cinema, Lucifero è stato più fortunato e ha ricevuto anche dei trattamenti di favore: pensiamo al volto di Meryl Streep ne Il diavolo veste Prada, oppure al ghigno di Al Pacino in L’avvocato del diavolo.
Eppure, per quanto di bell’aspetto, il diavolo di Hollywood rimane pur sempre maligno.

Nella letteratura abbiamo a disposizione delle varianti più interessanti.
Forse non quella di Dante, che con le sue tre teste sgranocchia i traditori della Storia, ma il Lucifero di John Milton non delude. Il diavolo non è un banale mostro, ma un personaggio complesso, con tratti perfino eroici.

Poi la svolta: Tiffany McDaniel, con L’estate che sciolse ogni cosa, ha dato al diavolo l’aspetto di un ragazzino in carne e ossa. Con due grandi occhi dorati e una spiccata intelligenza.

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“The Outsider”, il thriller horror di Stephen King

A dicembre dell’anno scorso ho riscoperto Stephen King grazie a Erika, conosciuta sul web come erigibbi.
E dopo la lettura di Carrie, il mio sguardo continuava a cadere sulla copertina di The Outsider, pubblicato in Italia nel 2018.

Devo avere avuto uno sguardo abbastanza famelico la volta che l’ho preso in mano per leggerne la trama, perché mio fratello me lo ha fatto trovare in camera come regalo di inizio anno.

Ma non sono qui per vantarmi di un fratello che mi vizia coi libri, bensì per parlare di The Outsider in modo più completo rispetto alla recensione pubblicata su IGTV.
Anche perché ben presto uscirà la versione italiana dell’ultimo libro pubblicato da King, Elevation, e per una volta che riesco a rispettare i tempi meglio che ne approfitti.

The Outsider dalla copertina alla trama

"The Outsider", il thriller horror di Stephen King

Si dice di non giudicare un libro dalla copertina, ma è anche vero che alcune pubblicazioni attirano la nostra attenzione proprio grazie alle immagini usate.

The Outsider mostra il suo lato intrigante già con un titolo lasciato in lingua originale e con una copertina dai toni cupi, per la quale vanno fatti i complimenti al grafico.
Prendere in mano questo libro regala un’esperienza tattile oltre che visiva e mi ha invogliata subito a leggerne la trama.

Trama dai toni thriller horror

Flint City è una piccola cittadina in cui tutti conoscono tutti, dove fare l’allenatore di baseball significa essere un punto di riferimento per la comunità.
Ed è così per Terry Maitland, finché in una sera d’estate un uomo trova il cadavere di un bambino di undici anni, martoriato e sodomizzato con brutalità.
Quell’uomo non ha dubbi, e così molti altri testimoni: l’assassino è per forza Terry Maitland.

Ma qualcosa non torna, perché Terry in quella sera del 10 luglio non era a Flint City.
Ed è a partire da questo alibi così solido che King unisce il genere thriller a quello horror, per il quale è conosciuto e tanto amato.

Punti di forza in The Outsider

Punti di forza in The Outsider

Un aspetto che apprezzo molto dei romanzi di King è che sono ambientati nel periodo in cui vengono scritti e pubblicati.
The Outsider non è da meno, infatti troviamo riferimenti alla presidenza Trump, con accenni alle conseguenze di tale politica, segnata dall’attacco di minoranze e del diverso in generale. Tanto da provocare scelte “di pancia” e per questo spesso aggressive.

King mostra il circolo vizioso in cui si tende a cadere quando si giudica con la paura e il sospetto. Un modo di agire che porta al diffuso processo mediatico o sociale a cui vengono sottoposte le persone senza che le autorità si siano espresse.
Terry Maitland, infatti, si ritrova accusato di un crimine, e giudicato colpevole da tutti ancora prima che il processo abbia inizio: la sua vita viene messa sotto il microscopio e la sua famiglia emarginata.

La presenza mostruosa

La presenza mostruosa nei libri di King viene quindi a formarsi in due modi: da una parte quella radicata nella società e nell’uomo, dall’altra quella dai toni horror incarnata dal mostro.
Un mostro che trasforma soggetti piacevoli, innocui, in qualcosa di pericoloso.

In It è Penny Wise, con il suo aspetto di pagliaccio, in The Outsider è un essere che richiama lo stesso essere umano, una figura camaleontica che ci fa dubitare di chi ci circonda.
Stephen King sfrutta a pieno il significato più antico di queste creature, che arrivano a rappresentare realtà difficili da comprendere.
L’idea che un nostro simile sia capace di certe crudeltà è più difficile da elaborare, ma se è un mostro, un essere lontano da noi, allora ci viene più facile capire cosa ci troviamo ad affrontare.

Il fatto di avere un capro espiatorio fittizio non diminuisce la nostra paura.
Come mi aspettavo, infatti, non mancano i momenti di tensione. Le descrizioni della mostruosità risultano intense e posso dire di averne percepita la presenza.

Personaggi e crossover: da Terry Maitland a Holly Gibney

Personaggi e crossover: Holly Gibney
Holly Gibney nella serie tv – Nel 2017 è uscita la prima stagione di Mr. Mercedes, adattamento del libro pubblicato nel 2014.

Una caratteristica che trovo indebolisca un po’ il romanzo è la presenza di tanti personaggi, che sembrano litigarsi il ruolo di protagonista. Tanto che in alcuni casi si rubano davvero la scena a vicenda.

Questo perché, rispetto a un romanzo come Carrie in cui lo sguardo è quello dei singoli, in The Outsider ci troviamo davanti a un narratore onnisciente, che conosce tutto e vuole dare a tutti la possibilità di presentarsi.

Dal mio punto di vista non ho trovato sensato spingere così tanto sul personaggio di Terry Maitland, inserendo anche il suo punto di vista.
Nonostante la trama parta con un’accusa nei suoi confronti, questo personaggio non ha lo stesso spessore di altri, e i paragrafi dedicati ai suoi pensieri mi sono sembrati “toppe narrative” create solo per ampliare la visuale del lettore.
Fosse stato per me avrei parlato di Terry solo attraverso gli altri, ma si tratta più che altro del mio gusto di lettrice e vorrei sapere cosa ne pensi: un confronto mi sarebbe d’aiuto per capire di più questa scelta fatta da King.

Poco dopo la metà del romanzo compare Holly Gibney, il mio personaggio preferito in assoluto.
Nel momento in cui la sua presenza diventa stabile, ho notato che tutti gli altri personaggi sbiadiscono.
Il motivo – tranquill* niente spoiler – è che Holly è presente in una precedente trilogia scritta da King, il cui primo volume è Mr. Mercedes.

Fare crossover amplia l’universo creato dallo scrittore, lo rende più vero, ma allo stesso tempo il rischio è quello di mettere a confronto personaggi solidi, con una storia definita, con personaggi ancora freschi. E devo dire che The Outsider mi ha dato proprio questa impressione.

Struttura narrativa e considerazioni finali

Struttura narrativa e considerazioni finali

A King non deve piacere la struttura narrativa classica fatta di capitoli, perché sia in Carrie sia in The Outsider ci troviamo davanti a una divisione in macro-periodi, a loro volta suddivisi in parti in genere abbastanza brevi.

L’ho trovata una scelta azzeccata quella di dividere il romanzo in base all’avanzamento delle indagini, così da dare importanza all’aspetto thriller della storia.
Ogni sezione, infatti, è segnata da un titolo principale e da una data, o da un periodo preciso in cui si svolgono le azioni.

Il ritmo narrativo lascia spazio alle supposizioni e al timore di ciò che significa entrare in contatto col mostro.
In alcuni punti, però, l’ho sentito lento, tanto da pensare che alcuni pezzi potessero essere eliminati perché superflui.

Eppure, per quanto non sia un romanzo perfetto, l’ho trovata una lettura coinvolgente e avvincente.
Un libro che ti consiglio se ami l’aspetto sovrannaturale che spesso viene legato all’horror, e che ti farà dormire con la luce accesa.