Tre scrittori italiani raccontano la fine di un mondo

Sai da dove deriva il termine Apocalisse?

La parola ha origine dal greco apokálypsis e significa disvelamento, o scoperta.
Venne adottata dall’ebraismo e in seguito dal cristianesimo per indicare il momento di rivelazione da parte di Dio verso un profeta, anche se negli anni l’uso è cambiato.
Una parola antica, che oggi è associata con un futuro ben preciso: la fine del mondo.

Al pari del termine apocalisse (anzi, molto di più!) la fine dell’esistenza terrena così come la conosciamo è un’idea che affascina l’uomo da tempo immemore.
I miti sulla creazione del mondo sono intrecciati con quelli sulla sua distruzione, e alcune di queste storie sono sopravvissute fino a oggi entrando a far parte della nostra cultura popolare.
Ormai quasi tutti conosciamo il termine Ragnarǫk, dalla mitologia norrena, o abbiamo sentito nominare i famigerati Cavalieri dell’Apocalisse in qualche videogioco, libro o telefilm. Per andare sull’esotico, ricordiamo la profezia Maya sul 2012, con i film annessi, o il panico che accompagnò il nuovo secolo sia nel 2000 che nel lontano anno 1000.

Insomma, immaginare la fine del mondo è spaventoso ma al tempo stesso… terribilmente intrigante.

Molti autori si sono lasciati tentare dall’idea di narrare in forma di romanzo la propria idea di apocalisse, da Cormac McCarthy che ci porta in un’America devastata con La strada a Stephen King con la sua epopea ne L’ombra dello scorpione, passando per classici della fantascienza come La nube purpurea di Matthew Phipps Shiel.

Anche autori italiani si sono cimentati nell’impresa, e  voglio presentarti tre esempi un po’ diversi per il modo in cui è affrontato il tema.

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