L’adattamento cinematografico: miracoli e fallimenti di un fenomeno moderno

La questione degli adattamenti cinematografici è sempre stata spinosa.

Fin da quando il cinema ha acquisito un’impronta più narrativa, le fonti da cui andare a pescare nuove storie si sono divise tra idee originali e adattamenti da altri medium.
Basti pensare ai primi classici Disney, che traevano spesso ispirazione da fiabe (Biancaneve, Cenerentola e La bella addormentata nel bosco) o romanzi per bambini (Pinocchio, Bambi e Alice nel paese delle meraviglie).
Grandi successi ricordati da intere generazioni, ma anche pellicole capaci di sollevare le prime questioni riguardo a ciò che ci aspettiamo dall’adattamento di un’opera amata.

Oggi i fan sembrano dividersi in due fazioni: chi difende strenuamente la versione originale, al suono di “il libro è sempre meglio!”, e chi invece si mostra più tollerante, interessato a godersi il film senza fare confronti.

Sicuramente non esisterà mai una vittoria nè da una parte nè dall’altra, però l’argomento resta affascinante.
I produttori si trovano davanti a molte scelte difficili quando devono trasporre una storia da un medium all’altro.
Quali sono quindi state le strategie vincenti?
Esiste una formula per avere un successo sicuro?
Cosa distingue un grande fallimento da un capolavoro moderno?

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“My Thoughts Exactly”: la vita di Lily Allen

«I’m a performer, yes, but I’m also a mother and a daughter and a sister and a partner and an ex-wife and a friend and a writer and a collaborator, and I’ve finally learned that not one of these roles need be repressed in service to the others.»
(L. Allen, My Thoughts Exactly, London, Blink, 2018, p. 342.)

Lily Allen è una delle pop star britanniche più famose al mondo. Nella sua carriera ha composto numerose hit di successo, conosciute in tutto il mondo.

Divenuta famosa nel 2006 con il tormentone Smile, lo scorso anno ha pubblicato la sua biografia intitolata My Thoughts Exactly, un diario dove racconta se stessa e attraverso il quale si apre al suo pubblico, mettendo in luce ogni sua debolezza e insicurezza. Continua a leggere ““My Thoughts Exactly”: la vita di Lily Allen”

Tre scrittori italiani raccontano la fine di un mondo

Sai da dove deriva il termine Apocalisse?

La parola ha origine dal greco apokálypsis e significa disvelamento, o scoperta.
Venne adottata dall’ebraismo e in seguito dal cristianesimo per indicare il momento di rivelazione da parte di Dio verso un profeta, anche se negli anni l’uso è cambiato.
Una parola antica, che oggi è associata con un futuro ben preciso: la fine del mondo.

Al pari del termine apocalisse (anzi, molto di più!) la fine dell’esistenza terrena così come la conosciamo è un’idea che affascina l’uomo da tempo immemore.
I miti sulla creazione del mondo sono intrecciati con quelli sulla sua distruzione, e alcune di queste storie sono sopravvissute fino a oggi entrando a far parte della nostra cultura popolare.
Ormai quasi tutti conosciamo il termine Ragnarǫk, dalla mitologia norrena, o abbiamo sentito nominare i famigerati Cavalieri dell’Apocalisse in qualche videogioco, libro o telefilm. Per andare sull’esotico, ricordiamo la profezia Maya sul 2012, con i film annessi, o il panico che accompagnò il nuovo secolo sia nel 2000 che nel lontano anno 1000.

Insomma, immaginare la fine del mondo è spaventoso ma al tempo stesso… terribilmente intrigante.

Molti autori si sono lasciati tentare dall’idea di narrare in forma di romanzo la propria idea di apocalisse, da Cormac McCarthy che ci porta in un’America devastata con La strada a Stephen King con la sua epopea ne L’ombra dello scorpione, passando per classici della fantascienza come La nube purpurea di Matthew Phipps Shiel.

Anche autori italiani si sono cimentati nell’impresa, e  voglio presentarti tre esempi un po’ diversi per il modo in cui è affrontato il tema.

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