Hallowe’en da brivido con IT

Caro Quattrocchi,
domani è Hallowe’en e cade a pennello l’ultimo libro che ho letto, e che aspettavo di leggere da molto tempo.
Si tratta di uno dei capolavori di Stephen King, forse il più corposo, IT.

A darmi la spinta necessaria, devo ammetterlo, è stata l’uscita del film.
Come mi è già successo in altre occasioni, all’uscita di una versione cinematografica mi riprometto di leggere prima il libro, giusto per non avere spoiler.
E indovina un po’, il libro è di gran lunga più soddisfacente, come spesso accade (se vuoi una piacevole eccezione a questa regola ti consiglio Arrival).

Mai sentito parlare di IT?

La soglia dell’innominabile

Chi non ha sentito parlare di IT prima dell’uscita dell’ultimo film (2017)?

A me è capitato di sentirlo nominare sin dalla tenere età, anche se ho capito solo con l’adolescenza che si trattava di un libro e non di una leggenda metropolitana.
O di una storia di fantasmi che si tramandava di bambino in bambino per metterne alla prova il coraggio.

Ironia della sorte è proprio di questo che il libro tratta: il coraggio dei bambini.

I protagonisti di quest’opera, infatti, sono i ragazzi che fanno parte del Club dei Perdenti.
Ragazzi alle soglie dell’adolescenza abitano nella città di Derry, nel Maine, un luogo ordinario e al tempo stesso teatro di misteriose sparizioni e omicidi.
Dopo che la loro vita viene sconvolta da apparizioni terrificanti e ai limiti della follia, inizierà la loro avventura alla ricerca di una spiegazione e di una rivalsa.

E ora veniamo al dunque: i motivi per leggere questo libro e avere un Hallowe’en da brivido.

Avere paura della paura stessa

Avere paura della paura stessa

L’unica cosa di cui dobbiamo aver paura è la paura stessa

Questa frase molto famosa è stata pronunciata dal presidente americano F. D. Roosevelt,  e calza a pennello con il romanzo di S. King.

IT è un testo pieno di orrore nel quale la paura è in grado di togliere il respiro, paralizzare e perfino infestare i sogni.
A provare questi tormenti non sono solamente i ragazzi del Club dei Perdenti, ma è lo stesso lettore. Il clown Pennywise, figura ricorrente ed espressione dell’orrore che abita Derry, è in grado di penetrare la barriera che protegge la realtà dalla finzione. E perfino di superare il tempo che separa il lettore dai protagonisti (il romanzo si apre sul 1958).

King si dimostra un maestro nel giocare con una narrazione non lineare, con l’alternarsi di due momenti storici distinti che tuttavia mettono in comunicazione la fanciullezza con l’età adulta.

Attraverso il ricordo che si contrappone alla forte speranza verso un futuro libero dalla paura, il lettore veste i panni dei ragazzi apparentemente impotenti e di adulti sempre meno padroni di sé.
Il filo conduttore è la paura multiforme che nasconde se stessa dietro artifici e malie. Con l’avanzare delle pagine ti renderai conto che questa paura non può essere esorcizzata col finire dell’età giovanile, nella quale i bambini sono fuorviati da chimere e fantasmi che poi svaniscono col sopraggiungere della maturità. Essa è presente, palpabile e opprimente.
Lascio il resto alla tua curiosità dal momento che, come sempre, eviterò spoiler (sappi solo che il film sopra citato non può aiutarti a eludere il libro, dal momento che è una prima parte).

I bambini: eroi contro l’indifferenza

I bambini: eroi contro l’indifferenza

La paura tuttavia non è il cuore dell’opera, ma ne è appunto il filo conduttore.
Come del resto scrive King nella pagina di apertura «Ragazzi, il romanzesco è la verità dentro la bugia, e la verità di questo romanzo è semplice: la magia esiste

Pensa al successo del ciclo di Harry Potter: siamo sempre più desiderosi di credere che il futuro non appartenga agli adulti ma ai bambini, che nella loro giovinezza sono in grado di vedere ciò che agli altri sfugge. Ossia vedere la magia nel mondo.

IT, a suo modo, parla di quella magia, ma a differenza di altri romanzi non invoca situazioni fantastiche nelle quali essa è ordinaria e diffusa.
La forza del testo si è manifestata ai miei occhi attraverso la quotidianità e la verosimiglianza delle situazioni che il Club dei Perdenti affronta: la ricerca di un luogo dove giocare, la costante fuga dal bullismo, l’indifferenza di adulti troppo presi dalle questioni da grandi per curarsi della sofferenza.

Gli eroi di questo romanzo non affrontano solamente un mostro in grado di apparire dal nulla e fare scempio dei corpi. Devono confrontarsi anche e soprattutto con la consapevolezza che nessuno crederebbe loro.
Gli adulti, che nell’immaginario di un bambino sono gli eroi invincibili in grado di risolvere ogni problema, a Derry diventano l’ostacolo che non permette di occuparsi della minaccia.
La loro indifferenza nei confronti delle parole dei bambini cresce e prende una forma spaventosa quando li porta a ignorare i soprusi a cui quegli stessi bambini sono quotidianamente sottoposti.

Ancora una volta l’abilità dell’autore sta nel far respirare la paura al lettore, non attraverso l’indicibile sfruttato da H. P. Lovecraft, bensì con la descrizione minuziosa di piccole realtà sporche.
La barriera tra realtà e finzione si incrina quando leggiamo di un bullo che maltratta un bambino grasso mentre un’auto passa loro accanto e ignora volontariamente l’accaduto, non quando il mostro nell’oscurità fissa la sua preda con occhi gialli e malati.

La soglia dell’innominabile

La soglia dell’innominabile

In chiusura vorrei evidenziare alcune similitudini tra King e Lovecraft.

Ho letto altri romanzi di King e ho sempre avuto una sensazione di déjà-vu di fronte a certe sue descrizioni dell’orrore.
Col tempo ho capito che quella sensazione mi riportava alla mente gli orrori (non) descritti da H. P. Lovecraft, il cui stile narrativo si fonda sull’incapacità dei protagonisti di descrivere ciò che vedono e di cui sono testimoni.
Con Lovecraft l’orrore è lasciato all’immaginazione del lettore, il quale nel tentativo di cogliere la grandiosità dello sgomento e la totale arrendevolezza della ragione di fronte ai mostri non può che provare, appunto, paura.

King ha fatto un passo ulteriore.
IT è un romanzo nel quale trovare punti di contatto con Lovecraft (se leggi questo autore capirai al momento opportuno, se invece non lo leggi questa è l’occasione per avvicinarti alle sue opere).
A differenza di quest’ultimo, però, King è stato in grado di dare un nome, un volto e una voce a quell’orrore, pur mantenendo il senso di arrendevolezza.
La ragione umana nel romanzo è messa alla prova, ma anziché essere data per scontata (come se tutti ne dessimo la medesima definizione) è districata ed esposta al sole proprio attraverso le situazioni quotidiane.

 

Spero come sempre di averti incuriosito e se sei un appassionato cinefilo come me, lascia scritto sequel in un commento se vuoi leggere IT vs IT, letteratura contro cinematografia.
Alla prossima!

Orfanzia: ecco dove spariscono i bambini

Buongiorno Quattrocchi!
Com’è iniziata la settimana?
Spero bene, perché sto per sconvolgerla con un romanzo acuto e, sotto alcuni punti di vista, inquietante.

Dietro una copertina enigmatica, senza fronzoli, e un titolo altrettanto ambiguo si apre il primo romanzo di Athos Zontini. Autore radiofonico e sceneggiatore televisivo pubblicato da Bombiani nel 2016.

Mi è stato insegnato a non giudicare il libro dalla copertina, ma ti assicuro che è davvero difficile. Soprattutto con questo libro.
Non è per niente bella: è di un blu petrolio spento, con il titolo in bianco e il nome dell’autore in nero.
Nella parte in alto troneggia questa grande “O”, che ricorda un occhio e a tratti una vagina.

Lo so, sembra una cosa assurda da dire e da pensare, ma penso sia l’associazione con il titolo, Orfanzia, ad avermi dato questa immagine nella testa.

A questo punto ti starai chiedendo cosa potrò mai dire di un romanzo dalla copertina orrenda. E in effetti non ti resta che scoprirlo.

Come si presenta Orfanzia?

Come si presenta Orfanzia?

Il romanzo è diviso in quattro parti, ognuna delle quali porta il nome della stagione in cui è ambientata. E l’autore ha iniziato dalla primavera.
Dentro alle stagioni si trovano i capitoli, e all’arrivo della stagione nuova la numerazione riparte da uno.

Di solito non c’è da prestare troppa attenzione a come si presentano i romanzi.
Si inizia dal primo capitolo e si va avanti fino a che non si raggiunge l’ultima pagina.
Qui, però, la scelta di dividere il romanzo in stagioni e poi in capitoli penso sia parte della storia stessa.

La primavera è il momento in cui la natura dà il meglio di sé. Le piante si risvegliano dal letargo insieme ai fiori.
I colori sbocciano ed è l’inizio di una nuova vita.
Ed è con la primavera che veniamo a conoscenza della storia di un bambino che sa dove spariscono i bambini.

Lui sa cosa fanno gli adulti ai bambini troppo buoni, sa benissimo che i genitori sono tutti esseri crudeli e che se non sta attento farà anche lui quella fine.
Lui conosce la verità scomoda che nessun altro sembra voler ammettere, e si ritrova da solo a portarla avanti con convinzione ed estrema attenzione.

Orfanzia e la favola di Peter Pan

HOOK, Robin Williams, Dustin Hoffman, 1991

All’inizio credevo di trovarmi davanti la storia difficile e cruda di un bambino problematico, che odia il cibo e si rifiuta di mangiare.
Una visione del tutto nuova, perché presentata proprio dagli occhi di un protagonista così piccolo e ancora ingenuo.

Al contrario si è trattato di un romanzo di crescita, anche se molto diverso dal Barone rampante.

In Orfanzia il protagonista resta senza nome fino alla fine, una scelta che trovo molto azzeccata.
L’iniziale distacco nei confronti di questo bambino in cui non mi riconoscevo, si è trasformato fino a scatenare dell’empatia.
Come se nella storia avessi ritrovato dei ricordi sbiaditi.

In questa storia , ci ho visto la rilettura del personaggio di Peter Pan. Anche lui costretto a restare “orfano” dell’infanzia e a diventare un uomo adulto.
Una favola realistica e per questo dura da mandare giù.

Sarà vero?

Sarà vero?

Di questo romanzo ho apprezzato molto il ritmo narrativo.
L’autore ha gestito con maestria i dialoghi e i pensieri dei suoi personaggi. Che ha reso concreti tramite le azioni e le descrizioni.

Ma soprattutto, ho amato la sua capacità di insinuare il dubbio.

Per capirci, il bambino protagonista non vuole nutrirsi perché sa che i genitori vogliano mangiarlo.
Sì, un po’ come nella favola di Hansel e Gretel, dove la strega attira a sé bambini con leccornie varie per metterli nel forno e cucinarli.

In Orfanzia, però,  qualsiasi piatto diventa proibito. Un mezzo con cui gli adulti provano a mettere all’ingrasso i bambini.
Anche quando si tratta di frutta e verdura.

Al protagonista va comunque riconosciuta una buona dose di tenacia. Non cede facilmente a nessuna delle pietanze che sua madre continua a propinargli.
E si presenta proprio come un bimbo sperduto, desideroso di non crescere e che vede nella famiglia il nemico.
Una famiglia che ormai non sa più come fare, che si trova divisa su come agire.

E poi la favola si spezza e questo bambino ha fame.

Ecco, da quel momento temi per la sua vita.
Non è un bambino simpatico, anzi. A volte fa cose crudeli, come infliggere dolore a piccoli animali, e poi ci sono le bravate. Dannose per altre persone.
Ma è proprio in quel momento che inizi a credere a quella (forse non più tanto) assurda convinzione che lui sembra scordarsi pagina dopo pagina.

Ma sarà vero?
Sarà vero che i bambini spariscono perché mangiati dagli adulti?

In un certo senso sì.
L’età adulta finisce per assorbire l’infanzia.
Si allontana, e quello che un tempo sembrava da grandi non piace più come prima.
Può essere giocare con le Barbie, a nascondino o fare i fortini con sedie e cuscini.
Di qualsiasi cosa si tratti, il nostro sguardo non è più lo stesso e a volte non ci piacerà per niente.

Per questo ho trovato tanto straordinario questo romanzo.
Perché è riuscito a dirmi quando crescere non mi piaceva, quando ancora non avevo fretta di essere grande.

100 donne da scoprire prima di andare a dormire

Buongiorno quattrocchi!

Sabato ho chiesto nelle stories su Instagram quale recensione avrei dovuto pubblicare oggi, e il sondaggio è finito in parità.
La scelta era ardua anche per me, quindi alla fine l’unica soluzione possibile è pubblicare entrambe le recensioni: una oggi e una domani!

Da quattrocchi ribelle, ho scelto di partire con la recensione del secondo volume di Storie della buonanotte per bambine ribelli, che racchiude al suo interno le favolose avventure di 100 donne da scoprire prima di andare a dormire.

Scoperte due autrici ribelli

Scoperte due autrici ribelli

C’erano una volta due scrittrici e studiose italiane, Elena Favilli e Francesca Cavallo, che dalla California decisero di fare arrivare in tutto il mondo le storie di altre donne straordinarie.

Tutto è partito come progetto di crowdfunding su Kickstarter che in soli 28 giorni ha raccolto oltre un milione di dollari.
Con il ricavato, le due autrici hanno realizzato primo volume di Storie della buonanotte per bambine ribelli. Arrivato in Italia l’8 marzo 2017 e illustrato da 60 artiste provenienti da tutto il mondo.

Dopo il successo del primo libro, l’arrivo del secondo era atteso con trepidazione.
E certo non potevo farmelo sfuggire.

Le storie di 100 donne da scoprire

Le storie di 100 donne da scoprire

Il libro è una raccolta di storie, che al pari delle favole partono dal famoso incipit “c’era una volta” per presentare le protagoniste e le loro avventure.

A fare la differenza è che si tratta di storie reali, con donne vere e l’una diversa dall’altra.
Tra le 100 donne da scoprire ne abbiamo di nate in epoche lontane, come la regina egiziana Nefertiti, o di culture poco apprezzate e considerate, come Maryam Mirzakhani matematica iraniana.
Non mancano le già famose, come Madonna e Oprah Winfrey, delle quali crediamo di sapere tutto.

Se segui Parola di Quattrocchi su Instagram, saprai che a SalTo18 ho scelto di comprare il secondo volume perché al suo interno sono racchiuse le storie di donne che ammiro.

Agatha Christie, la scrittrice di gialli che per me nessuno eguaglierà mai, Beatrice Vio, così giovane e piena di grinta, e J.K. Rowling, che mi ha accompagnato nella mia adolescenza e continua a regalarmi emozioni.

Ma cosa rende straordinario un libro di storie straordinarie?

Storie di vita quotidiana che insegnano

 

Storie di vita quotidiana che insegnano

Un errore comune è quello di sottovalutare le favole, perché “da bambini”.
Una definizione di cui alcuni si servono per dare meno credito a un’opera, così come è di uso comune schernire le azioni di altri in quanto “da femminucce”.
Come quando vediamo qualcuno piangere, lamentarsi o tirarsi indietro da una sfida.
Ma davvero essere bambini o femmine significa questo?

Mi è capitato di riprendere in mano i libri della mia infanzia e ho visto che le cose da bambini sono difficili.
Ci parlano di crescita e cambiamento, li mascherano con avventure di pirati e nel frattempo ci insegnano qualcosa. E lo straordinario sta proprio nel riuscire a raccontare eventi complessi in modo pulito e diretto.

Non raccontiamoci che solo nelle favole ci vendono il lieto fine, perché è qualcosa che cerchiamo a qualsiasi età e anche fuori dai libri. E non è poi così strano sperare che tutto vada per il verso giusto.

Nella vita quotidiana il lieto fine non è certo programmabile, e di storie fine male ce ne sono parecchie. Come alcune delle Storie della buonanotte per bambine ribelli, raccontate con sincerità per dire alle bambine che essere donne è forte.
Significa essere coraggiose, testarde, curiose, creative, sensuali e mille altre cose.

Con questi racconti si impara che la storia non è solo degli uomini, ci sono sempre state anche le donne.
Che gli stereotipi ingabbiano e non ci aiutano a crescere, perché la scienza, lo sport e scalare montagne non sono cose che possono fare solo i maschi.

Le protagoniste di queste storie affrontano avversità e si ribellano nei confronti di quegli abiti che nei secoli sono stati cuciti addosso a ognuna di loro.
E che perfino io e te indossiamo, anche se sei uomo.

Con questa raccolta viene data alle bambine e ai bambini di avere delle donne come punti di riferimento, delle figure in cui possono riconoscersi e apprezzare per i cambiamenti che hanno contribuito a portare avanti.