Il disagio dello studente in 3 #mainagioia

Buondì Quattrocchi!
L’argomento di oggi trovo si abbini con il mese di Novembre, periodo di piogge, freddi umidi e grigiori.
Ma soprattutto segna l’inizio di una collaborazione con i ragazzi di WhiriWhiri e la community che vogliamo aiutarli a formare.
E che sia sempre più grande, per una condivisione di nuovi punti di vista.

Tra i temi che tratteremo insieme ai whiris (appellativo inventato così, su due piedi) c’è l’ansia dello studente. Quindi partiamo con una domanda: te lo ricordi quando ha avuto inizio il #mainagioia?

Io sono andata “sull’internet” come fanno tutti e mi sono messa a cercare.
Il boom è arrivato nel 2016, quando ormai avevo finito l’università.
Insomma, sembra quasi mi voglia prendere in giro: non ho nemmeno avuto il tempo di godermi il #mainagioia.
Di questo hashtag ho letto dei post, forse l’ho pronunciato, ma non quando avrei davvero voluto: durante gli studi.
Mai ‘na gioia per davvero, mi viene da dire.

E per quanto si tratti di un trend, o un lifestyle come ritengono alcuni, mi è venuto spontaneo pensare ai miei anni da studentessa e ai momenti no, vissuti da sola o condivisi con i miei compagni e colleghi.

Il disagio dello studente è pieno di sfumature, può essere passeggero o una condizione più o meno stabile.
Può farci ridere, piangere, arrabbiare o rendere nervosi.
Quindi eccomi qui a parlare dei 3 #mainagioia più fastidiosi, antipatici e sofferenti avvenuti durante il periodo di studi.

1. Il liceo fa schifo: #mainagioia adolescenziale

Il liceo fa schifo: #mainagioia adolescenziale

Non tutti lo pensano, affatto.
C’è chi ha vissuto il liceo in totale serenità, e l’ultimo anno si è sentito quasi disperato all’idea di avere portato a termine cinque anni meravigliosi.

Io non ero di questa idea, purtroppo, e in più di un’occasione mi è balenata in testa la frase “il liceo fa schifo, dopo sarà meglio”.
Un modo per rassicurarmi, che per fortuna si è rivelato essere vero.
Ma un passo alla volta.

La mia adolescenza è stato un duro scoglio per me, e so che lo è stato anche per i miei genitori. I due rappresentanti del popolo adulto con cui avevo a che fare per la maggior parte delle volte.

Ed ecco il mio #mainagioia adolescenziale più grande: volevo essere scrittrice.
Scrivevo tanto: racconti, tentati romanzi, poesie.
E a posteriori ho capito che quella forte esigenza di scrivere era dovuta a uno stato di malessere, che non capivo. Che non aveva una sua reale forma e dimensione.
Era la sensazione di essere un pesce fuor d’acqua.

Mi sentivo incompresa, e a causa di questo a volte mi sono percepita superiore agli altri.
Più matura rispetto a quelli della mia età, migliore rispetto a chi mi circondava.
Una condizione che in realtà non portava molti vantaggi.
Sentirsi migliore degli altri mi ha fatta cadere in un circolo vizioso, in cui mi mettevo sempre alla prova con standard troppo elevati e che faticavo a raggiungere. In più il rapporto con gli altri era difficile da costruire.

Per fortuna ho sempre cercato di vedermi da fuori, e questo nel tempo mi ha portato a una maggiore elasticità.
E ora eccomi qui: alla fine ho trovato il modo di continuare a scrivere senza sentirmi fuori posto. Soprattutto mi ha fatto bene ridimensionarmi.

2. Quella volta che le mestruzioni #mainagioia

Quella volta che le mestruzioni #mainagioia

Tutte abbiamo avuto dei momenti no con le mestruazioni.
A partire dai dolori fino al sentirci scomode, perché che se ne dica indossiamo un pannolino.

Intorno a questo argomento c’è un alone di vergogna, nonostante le mestruazioni siano parte dell’essere femmine. E di conseguenza coinvolga più della metà delle persone di questo pianeta.

Se parliamo di mestruazioni ci viene spontaneo scusarci, nel caso siano in ascolto degli uomini. Perché non lo reputiamo un argomento di cui poter parlare liberamente.
La stessa accortezza non c’è, però, quando un gruppo di ragazzi parlano del proprio pene o di argomenti sessuali. Magari infastidiscono (e non solo noi femmine, so che molti ragazzi si sentono a disagio allo stesso modo), ma si tende a non dire nulla.

Tutto questo rende ancora più difficile gestire le occasioni problematiche.
Come quella volta che mi è arrivato il ciclo in anticipo, ero in classe e ho macchiato i pantaloni in velluto.
Una cosa odiosa, perché mi sentivo sporca e nemmeno le bidelle avevano un assorbente da darmi.
Ho tenuto la felpa legata alla vita per tutta la mattinata, con una sensazione di vergogna mista a orgoglio che non mi ha fatto chiamare mia madre per farmi portare un cambio.

Non so se qualcuno lo ha notato, ma quella giornata per me è durata decenni.
Un #mainagioia per i quali ho avuto gli incubi!

3. A un esame dalla laurea il #mainagioia

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Ed eccomi arrivata all’evento che mi ha fatto passare notti insonni.
Avevo finito gli esami della triennale a maggio, la tesi era quasi conclusa.
Ero felice come mai prima: mi stavo laureando alla prima sessione!

Ero orgogliosa di me, piena di entusiasmo, un po’ preoccupata per i capitoli della tesi ancora da correggere.
Ma c’ero quasi, finalmente stavo per laurearmi!

Secondo il regolamento universitario, la tesi andava conclusa e caricata online un mese prima della sessione di laurea, che cadeva a luglio.
Quindi entro il 19 giugno doveva essere tutto pronto e sistemato.
Compresi gli esami.

Il mio ultimo esame ero Introduzione allo studio delle religioni. Lo avevo superato con un 26. Ricordo ancora il bruciore per avere abbassato la media a cui avevo lavorato tanto.
Era durato comunque molto poco, perché quello che volevo era mettermi in testa la coroncina d’alloro e filare verso la magistrale.

A una settimana dalla scadenza mi arriva un messaggio della segreteria: le manca un esame.
Non era vero, non poteva esserlo. Anche perché avevo già pagato la tassa di iscrizione alla laurea.

Invece era così: la professoressa si era dimenticata di registrare il voto, era partita per la Germania e tanti saluti.
Quel 26 non mi era mai parso tanto bello e irraggiungibile come in quel momento.
Ho trascorso cinque giorni con l’angoscia, ho fatto una miriade di telefonate. Più il tempo passava, più sentivo il terreno franarmi sotto i piedi.

A un paio di giorni dalla consegna finale, la mia frustrazione si è digi-evoluta.
Mi sono presentata dal direttore di facoltà e l’ho fatto chiamare in Germania per farsi dare le credenziali e risolvere il problema.

Insomma, festeggio ancora il lieto fine e sono contenta di avere dato una svolta ai miei #mainagioia.
Mi ha fatto bene provare tutte queste cose, ha irrobustito il mio carattere e mi ha fatto vedere le cose sotto una luce diversa: provare rabbia, frustrazione, angoscia e ansia è giusto. Non rende peggiori, ma consapevoli.

Bene, ora tocca a te!
Condividi il tuo (o i tuoi) #mainagioia. Se non vuoi comparire qui sotto nei commenti, scrivi una mail dall’area contatti: ti risponderemo in privato 😉

Al prossimo punto di vista!

Salva il fandom: usa il condom! Le protezioni nelle fan-fiction

Dovrei averlo già scritto da qualche parte: all’età di 15 anni ho iniziato a iscrivermi nelle community. Forum come Girl Power, ma soprattutto siti di scrittura.

A quell’età ho scoperto che non ero l’unica a fantasticare su personaggi di libri famosi.
E che quei racconti ambientati a Hogwarts, con il mitico trio, avevano un nome: fan-fiction.

È proprio grazie a questi siti che mi sono fatta una cultura sessuale.
Ho imparato molto sul mio corpo, e sul corpo degli altri.
E ho capito che le protezioni nelle fan-fiction sono un personaggio a sé stante: non sempre compare, e se lo fa non è certo protagonista.

Il gusto di stare in contatto con un tabù

stare a contatto con un tabù

Adolescenza e curiosità vanno di pari passo, ed è un bene. Credo ti insegni a stare al mondo, a conoscere e apprezzare il diverso.
Ho apprezzato e scritto anche storie omosessuali, con personaggi che nei romanzi erano dichiaratamente etero.
Harry e Draco, Lupin e Sirius, Blaise Zabini e Neville Paciock, ora Longbottom.

Le trame venivano arricchite di escamotage. Grazie alle What if qualsiasi cosa raccontata nei romanzi poteva prendere una piega diversa. O addirittura non essere mai accaduta.

Era il mio modo di stare a contatto con un tabù, con una cosa che mette in soggezione, ma che desta curiosità. Qualcosa che volevo capire con tutta me stessa.
Del sesso si ride, ci si scherza sopra perché ci sentiamo in imbarazzo a parlarne.
Un discorso serio sul sesso sembra quasi impossibile. Perché il sesso è quella cosa sbagliata che tutti fanno, ma sempre sbagliata resta.
Come femmina, poi, sentivo il peso di non poter dire che il sesso mi incuriosiva.
Le ragazze devono mantenersi sempre un po’ sante, no?

La verità comunque è una sola: si tratta di un puro fattore culturale.
Ventuno secoli di tradizione che ci ripete come il sesso sia bello perché sporco.

Il fandom è in pericolo!

Il fandom è in pericolo

Ed è così che mezzo fandom ha contratto l’AIDS.

E i motivi erano due:

  1. a scrivere c’erano molti adolescenti;
  2. il preservativo rovinava le scene clou.

Capita anche nel cinema e nei telefilm, al preservativo non viene dato molto spazio.
In genere la giustificazione di chi elabora la storia è che “fare sesso è una cosa sporca”, soprattutto se si è coinvolti. E questo implica scarsa lucidità.

A essere poco lucido, invece, è lo scrittore: sei così preso dal descrivere la scena clou che un dettaglio di troppo potrebbe farla scemare.
Per rimanere in tema, lo scrittore non vuole rovinarsi la scena e allo stesso tempo, teme un calo della libido nel lettore.

A rendere ancora meno probabile l’inserimento di una protezione in una storia erotica è proprio l’età media di chi frequenta le community.
Ci si avvicina a questi mondi proprio perché non li si conosce, e di molte cose ho scoperto di avere una visione edulcorata.

Se poi si scrive o legge di storie omosessuali è anche peggio.
Non essendoci la possibilità di restare incinta, allora a che serve la protezione?

Proteggiamo il lettore

Proteggiamo il lettore

Tanti sono i mezzi con cui fare passare dei messaggi positivi, perché non le fan-fiction?
La trasmissione della cultura non può essere più relegata agli ambiti classici, come la scuola, i libri e i documentari.
Con una cultura pop sempre più presente, abbiamo l’opportunità di raggiungere ragazzi e ragazze di qualsiasi età. Senza che si sentano giudicati o in imbarazzo.

Il lettore viene coinvolto nelle storie che legge, e assorbe anche il più piccolo dei dettagli.
Ecco perché l’immedesimazione nei personaggi che più ci colpiscono può rivelarsi utile: perfino Harry Potter si mette il preservativo!

Ecco, quindi, che salvare il fandom, qualunque esso sia, porta alla protezione del lettore che sta dall’altra parte dello schermo.

 

Bene, ora non ti resta che dirmi cosa ne pensi!
E visto che oggi è l’emoji day, ricordati di aggiungere più faccine possibili =P

 

Orfanzia: ecco dove spariscono i bambini

Buongiorno Quattrocchi!
Com’è iniziata la settimana?
Spero bene, perché sto per sconvolgerla con un romanzo acuto e, sotto alcuni punti di vista, inquietante.

Dietro una copertina enigmatica, senza fronzoli, e un titolo altrettanto ambiguo si apre il primo romanzo di Athos Zontini. Autore radiofonico e sceneggiatore televisivo pubblicato da Bombiani nel 2016.

Mi è stato insegnato a non giudicare il libro dalla copertina, ma ti assicuro che è davvero difficile. Soprattutto con questo libro.
Non è per niente bella: è di un blu petrolio spento, con il titolo in bianco e il nome dell’autore in nero.
Nella parte in alto troneggia questa grande “O”, che ricorda un occhio e a tratti una vagina.

Lo so, sembra una cosa assurda da dire e da pensare, ma penso sia l’associazione con il titolo, Orfanzia, ad avermi dato questa immagine nella testa.

A questo punto ti starai chiedendo cosa potrò mai dire di un romanzo dalla copertina orrenda. E in effetti non ti resta che scoprirlo.

Come si presenta Orfanzia?

Come si presenta Orfanzia?

Il romanzo è diviso in quattro parti, ognuna delle quali porta il nome della stagione in cui è ambientata. E l’autore ha iniziato dalla primavera.
Dentro alle stagioni si trovano i capitoli, e all’arrivo della stagione nuova la numerazione riparte da uno.

Di solito non c’è da prestare troppa attenzione a come si presentano i romanzi.
Si inizia dal primo capitolo e si va avanti fino a che non si raggiunge l’ultima pagina.
Qui, però, la scelta di dividere il romanzo in stagioni e poi in capitoli penso sia parte della storia stessa.

La primavera è il momento in cui la natura dà il meglio di sé. Le piante si risvegliano dal letargo insieme ai fiori.
I colori sbocciano ed è l’inizio di una nuova vita.
Ed è con la primavera che veniamo a conoscenza della storia di un bambino che sa dove spariscono i bambini.

Lui sa cosa fanno gli adulti ai bambini troppo buoni, sa benissimo che i genitori sono tutti esseri crudeli e che se non sta attento farà anche lui quella fine.
Lui conosce la verità scomoda che nessun altro sembra voler ammettere, e si ritrova da solo a portarla avanti con convinzione ed estrema attenzione.

Orfanzia e la favola di Peter Pan

HOOK, Robin Williams, Dustin Hoffman, 1991

All’inizio credevo di trovarmi davanti la storia difficile e cruda di un bambino problematico, che odia il cibo e si rifiuta di mangiare.
Una visione del tutto nuova, perché presentata proprio dagli occhi di un protagonista così piccolo e ancora ingenuo.

Al contrario si è trattato di un romanzo di crescita, anche se molto diverso dal Barone rampante.

In Orfanzia il protagonista resta senza nome fino alla fine, una scelta che trovo molto azzeccata.
L’iniziale distacco nei confronti di questo bambino in cui non mi riconoscevo, si è trasformato fino a scatenare dell’empatia.
Come se nella storia avessi ritrovato dei ricordi sbiaditi.

In questa storia , ci ho visto la rilettura del personaggio di Peter Pan. Anche lui costretto a restare “orfano” dell’infanzia e a diventare un uomo adulto.
Una favola realistica e per questo dura da mandare giù.

Sarà vero?

Sarà vero?

Di questo romanzo ho apprezzato molto il ritmo narrativo.
L’autore ha gestito con maestria i dialoghi e i pensieri dei suoi personaggi. Che ha reso concreti tramite le azioni e le descrizioni.

Ma soprattutto, ho amato la sua capacità di insinuare il dubbio.

Per capirci, il bambino protagonista non vuole nutrirsi perché sa che i genitori vogliano mangiarlo.
Sì, un po’ come nella favola di Hansel e Gretel, dove la strega attira a sé bambini con leccornie varie per metterli nel forno e cucinarli.

In Orfanzia, però,  qualsiasi piatto diventa proibito. Un mezzo con cui gli adulti provano a mettere all’ingrasso i bambini.
Anche quando si tratta di frutta e verdura.

Al protagonista va comunque riconosciuta una buona dose di tenacia. Non cede facilmente a nessuna delle pietanze che sua madre continua a propinargli.
E si presenta proprio come un bimbo sperduto, desideroso di non crescere e che vede nella famiglia il nemico.
Una famiglia che ormai non sa più come fare, che si trova divisa su come agire.

E poi la favola si spezza e questo bambino ha fame.

Ecco, da quel momento temi per la sua vita.
Non è un bambino simpatico, anzi. A volte fa cose crudeli, come infliggere dolore a piccoli animali, e poi ci sono le bravate. Dannose per altre persone.
Ma è proprio in quel momento che inizi a credere a quella (forse non più tanto) assurda convinzione che lui sembra scordarsi pagina dopo pagina.

Ma sarà vero?
Sarà vero che i bambini spariscono perché mangiati dagli adulti?

In un certo senso sì.
L’età adulta finisce per assorbire l’infanzia.
Si allontana, e quello che un tempo sembrava da grandi non piace più come prima.
Può essere giocare con le Barbie, a nascondino o fare i fortini con sedie e cuscini.
Di qualsiasi cosa si tratti, il nostro sguardo non è più lo stesso e a volte non ci piacerà per niente.

Per questo ho trovato tanto straordinario questo romanzo.
Perché è riuscito a dirmi quando crescere non mi piaceva, quando ancora non avevo fretta di essere grande.