This is us: la serie che parla di noi

È un fatto: secondo Wikipedia, l’essere umano medio condivide il suo compleanno con 18 milioni di esseri umani.

Non è certo se essere nati lo stesso giorno crei un qualche tipo di connessione tra individui.
E se anche così fosse, Wikipedia non l’ha ancora scoperto.

Con queste parole inizia This is us, la serie tv family drama, ideata da Dan Fogelman e trasmessa negli Stati Uniti dall’NBC e in Italia da Fox Life, oltre che dalla piattaforma on demand Amazon Prime Video.
Ed è proprio qui che l’ho scoperta io: ora è una delle mie serie preferite di sempre.

Non ne sapevo niente, non ne avevo mai sentito parlare.
Del cast conoscevo solo Milo Ventimiglia (l’indimenticabile Jess Mariano, per noi che siamo cresciute con Una mamma per amica) e la bellissima Mandy Moore.

 Ti va di saperne qualcosa? Ti avverto, seguiranno (pochi) spoiler.

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“Dolor y gloria”: una sinfonia di ricordi e sofferenze

Il dolore fisico di un corpo non più giovane tormentato da numerose malattie che, in simbiosi l’una con l’altra, rallentano la vita e rendono epico ogni movimento e ogni azione quotidiana.

Il dolore dell’anima dovuto alla perdita di una madre adorata e a un amore conclusosi da più di trent’anni, i cui dolci ricordi sono ancora motivo di sofferenza.

La gloria ritrovata di un regista osannato dalla critica e dal pubblico che, a causa degli spettri dell’esistenza, aveva perduto ogni speranza.

Il supplizio e una nuova notorietà sono i due poli attorno ai quali ruota Dolor y gloria, il nuovo successo cinematografico di Pedro Almodóvar.

Il registra spagnolo, autore di importanti pellicole come Tutto sua mia madre, insignito dell’Oscar come miglior film straniero nel 2000, VolverDonne sull’orlo di una crisi di nervi, Julieta e La mala educación, dirige, in questo nuovo e atteso lungometraggio, con sapiente maestria un fragile Antonio Banderas e una premurosa Penélope Cruz.

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Tre scrittori italiani raccontano la fine di un mondo

Sai da dove deriva il termine Apocalisse?

La parola ha origine dal greco apokálypsis e significa disvelamento, o scoperta.
Venne adottata dall’ebraismo e in seguito dal cristianesimo per indicare il momento di rivelazione da parte di Dio verso un profeta, anche se negli anni l’uso è cambiato.
Una parola antica, che oggi è associata con un futuro ben preciso: la fine del mondo.

Al pari del termine apocalisse (anzi, molto di più!) la fine dell’esistenza terrena così come la conosciamo è un’idea che affascina l’uomo da tempo immemore.
I miti sulla creazione del mondo sono intrecciati con quelli sulla sua distruzione, e alcune di queste storie sono sopravvissute fino a oggi entrando a far parte della nostra cultura popolare.
Ormai quasi tutti conosciamo il termine Ragnarǫk, dalla mitologia norrena, o abbiamo sentito nominare i famigerati Cavalieri dell’Apocalisse in qualche videogioco, libro o telefilm. Per andare sull’esotico, ricordiamo la profezia Maya sul 2012, con i film annessi, o il panico che accompagnò il nuovo secolo sia nel 2000 che nel lontano anno 1000.

Insomma, immaginare la fine del mondo è spaventoso ma al tempo stesso… terribilmente intrigante.

Molti autori si sono lasciati tentare dall’idea di narrare in forma di romanzo la propria idea di apocalisse, da Cormac McCarthy che ci porta in un’America devastata con La strada a Stephen King con la sua epopea ne L’ombra dello scorpione, passando per classici della fantascienza come La nube purpurea di Matthew Phipps Shiel.

Anche autori italiani si sono cimentati nell’impresa, e  voglio presentarti tre esempi un po’ diversi per il modo in cui è affrontato il tema.

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