Tre scrittori italiani raccontano la fine di un mondo

Sai da dove deriva il termine Apocalisse?

La parola ha origine dal greco apokálypsis e significa disvelamento, o scoperta.
Venne adottata dall’ebraismo e in seguito dal cristianesimo per indicare il momento di rivelazione da parte di Dio verso un profeta, anche se negli anni l’uso è cambiato.
Una parola antica, che oggi è associata con un futuro ben preciso: la fine del mondo.

Al pari del termine apocalisse (anzi, molto di più!) la fine dell’esistenza terrena così come la conosciamo è un’idea che affascina l’uomo da tempo immemore.
I miti sulla creazione del mondo sono intrecciati con quelli sulla sua distruzione, e alcune di queste storie sono sopravvissute fino a oggi entrando a far parte della nostra cultura popolare.
Ormai quasi tutti conosciamo il termine Ragnarǫk, dalla mitologia norrena, o abbiamo sentito nominare i famigerati Cavalieri dell’Apocalisse in qualche videogioco, libro o telefilm. Per andare sull’esotico, ricordiamo la profezia Maya sul 2012, con i film annessi, o il panico che accompagnò il nuovo secolo sia nel 2000 che nel lontano anno 1000.

Insomma, immaginare la fine del mondo è spaventoso ma al tempo stesso… terribilmente intrigante.

Molti autori si sono lasciati tentare dall’idea di narrare in forma di romanzo la propria idea di apocalisse, da Cormac McCarthy che ci porta in un’America devastata con La strada a Stephen King con la sua epopea ne L’ombra dello scorpione, passando per classici della fantascienza come La nube purpurea di Matthew Phipps Shiel.

Anche autori italiani si sono cimentati nell’impresa, e  voglio presentarti tre esempi un po’ diversi per il modo in cui è affrontato il tema.

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Giovani autrici e protagoniste imperfette: alla scoperta di Megan Mayhew Bergman e Margaret Malone

Chi dice che le donne non abbiano contribuito alla storia della letteratura, si sbaglia di grosso.

Quasi tutti conoscono grandi scrittrici dell’Ottocento come le sorelle Brontë e Jane Austen, i flussi di coscienza di Virginia Woolf, i gialli di Agatha Christie, per non parlare del rinnovato successo di Margaret Atwood.
Limitarsi ad associare alle autrici il genere rosa è ormai del tutto anacronistico, basti pensare all’impatto di Ursula Le Guin sulla fantascienza, o a J. K. Rowling con la saga di Harry Potter e le nuove avventure in giallo di Cormoran Strike.

Insomma, chi prendendo un libro frutto di una mano femminile pensa ancora a protagoniste in rosa alle prese con problemi sentimentali e poco altro, non potrebbe essere più fuori strada. Ormai tutti i generi sono aperti a tutti gli autori, e molte scrittrici affrontano liberamente temi e narrative di ampio respiro.

Da amante dei racconti, quando la NN editore ha annunciato l’uscita in Italia delle raccolte Paradisi minori di Megan Mayhew Bergman e Animali in salvo di Margaret Malone, ha attirato la mia attenzione.
Non solo perché la scuola americana di narrativa breve è affine ai miei gusti, ma anche perchè ero curiosa di leggere due donne che in Italia avevano ricevuto poca attenzione e me ancora sconosciute.
Aspettarsi però il tipico racconto minimalista è stato un errore: le loro opere sono qualcosa di speciale.
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Le undici solitudini di Yates

Il racconto, una forma narrativa che ancora suscita più sospetto che fascinazione in molti lettori, e come dar loro torto?

Nulla può sostituire un rapporto costruito attraverso centinaia di pagine con personaggi dei quali arriviamo a conoscere i più intimi segreti, e che seguiamo in miriadi di avventure.

Basti pensare alle serie poliziesche, all’affetto che possiamo arrivare a provare per il burbero detective, o a saghe i cui eroi ci accompagnano per tanti anni della nostra vita (sono sicura che tutti ne avrete almeno una radicata profondamente nel cuore).
Cosa sono poche decine di facciate in confronto?

Se siete tra gli scettici che si sono rivisti in queste parole, forse non conoscete Undici solitudini, la prima raccolta di racconti di Richard Yates.
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