Mai abbastanza grande per mamma e papà: crescere non era nei piani

È successo: ho firmato un contratto di lavoro, di quelli seri.
Niente stage, niente collaborazioni esterne: sono una dipendente con uno stipendio e un orario fisso. E faccio pure il lavoro che mi piace.

Una favola che si avvera, non trovi?
Non per tutti, perché io non sarò mai abbastanza grande per mamma e papà.
Nonostante stia per andare a firmare un altro contratto serio (convivenza in affitto!).

La verità è che crescere non era nei piani, e il fatto che il processo sia in atto già da qualche tempo non ha reso le cose più semplici.
Al contrario: siamo in piena crisi!

Quindi, questo articolo è per te: studente che ha scelto un percorso di studi lontano da casa, lavoratore che si trasferirà all’estero o genitore in panico completo.
Con questo Zoom Mate voglio farti sentire meno sol*, farti capire che “è una giostra che va! Questa vita che, gira insieme a noi e non si ferma mai!” 🎵🎶

L’indipendenza forfettaria

Mai abbastanza grande per mamma e papà: crescere non era nei piani
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I miei genitori si sono sempre vantati dell’indipendenza che avevo quando ero alle elementari.
Facevo i compiti da sola, tenevo dietro alle mie cose: una bambina straordinaria per essere così piccola, che mangiava poco e non stava mai ferma.

Un orgoglio che si sono portati a dietro durante le medie, che ha vacillato durante le superiori, ma che ha avuto una grande ripresa con l’università.

A volte mi sono sentita in imbarazzo quando, davanti ai loro conoscenti continuavano a vantarsi di me.
Era gratificante, ma non sapevo mai cosa dire: davvero ero così favolosa?

Nel tempo mi sono resa conto che l’indipendenza di cui parlavano i miei genitori è forfettaria.
Loro ne decidono durata, dose e campo d’azione. Non ha niente a che vedere con la reale indipendenza di cui mi sono vestita, quella per loro è solo una mia impressione.

L’indipendenza forfettaria si basa sul principio cardine secondo il quale non sarò mai abbastanza grande per mamma e papà.

Overseas a Tōkyō: il mondo è lì per fregarti

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Su Tōkyō ho pure scritto una guida! La trovi qui: https://amzn.to/31cBGyk

Ricordo ancora il momento in cui ho deciso che avrei fatto ricerca all’estero per la tesi magistrale.

È stato un pensiero fulmineo e innocente, nato senza dubbi e timori.
Ho fatto richiesta della borsa di studio e l’ho ottenuta.
Ho cercato una scuola d’appoggio e l’ho trovata.
Ho concordato con la scuola un proseguimento di vitto e alloggio al termine del corso, ho prenotato il volo e chiesto in banca una giusta quantità di yen.

Tutto questo devo averlo fatto troppo in fretta, perché mamma e papà non se ne ricordano.
O meglio, se ne ricordano, ma in modo diverso.

I punti precedenti si riassumono in uno: non sapevo cosa stavo facendo e sono finita a firmare un patto col diavolo.
Il fatto che io sia tornata dal mio Overseas illesa ne ha avuto quasi dello straordinario, ma non so perché non mi ha fatto sentire potente 😒

Il contratto di lavoro: il mondo è lì per fregarti

Il contratto di lavoro: il mondo è lì per fregarti
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Non importa che mi sia laureata, ben due volte (triennale e magistrale) per mamma e papà so leggere solo quando pare a loro.

Un esempio?
Il contratto di lavoro: si parte dal presupposto che il mondo sia lì per fregarti e che tu sia così ingenu* da lasciarglielo fare.
E dire che ero convinta avessero cresciuto una figlia in grado di cavarsela.

Mi sbagliavo, perché:

  • di sicuro non ho prestato abbastanza attenzione a tutti i punti del contratto;
  • lavorando lontano da casa non avrò fatto i conti con affitto, bolletta e spese varie;
  • non ho contrattato abbastanza per lo stipendio, dovevo pretendere di più.

Questi sono solo i tre punti su cui hanno insistito di più, perché potrei andare avanti a riempire pagine di diario –  che non tengo più per disperazione – solo parlando di ciò a cui non ho prestato attenzione.
Anche perché sto cercando pure casa con Damiano, persona con cui ho una relazione da 11 anni e che per i miei genitori è ancora in prova – nonostante lo adorino, quindi mi chiedo chi lo sta mettendo alla prova.

A questo punto vedo di tornare seria per lanciare un appello: genitori niente panico.
Lo so che vederci volare via può destabilizzare, ma pensate come sarebbe se rimanessimo appiccicati a voi per tutta la vita.

O accettate l’idea che ci avete cresciut* bene, oppure ammettete che questo panico è dovuto a qualche mancanza: cosa non ci avete detto? Cosa non avete insegnato?
Qualunque cosa sia, ormai non importa! Ci siamo buttati, e se dovessimo romperci qualcosa, vorrà dire che impareremo.
Ci farà bene, anche perché la storia di Peter Pan poteva andare bene qualche anno fa, ora è quasi anacronistica.

E soprattutto: di che avete paura? Che smetterete di essere mamma e papà?
Niente affatto, avete un contratto vincolante, quindi se dovessimo andare noi nel panico vi verremo a trovare, promesso.

 

JOKER: la maschera che rivela le problematiche sociali

Domenica pomeriggio sono andata al cinema a vedere JOKER e mi ha davvero colpita: da una parte l’abilità di Joaquin Foenix nelle parti di Arthur Fleck che si rivela Joker, dall’altra una colonna sonora coinvolgente, azzeccata per ogni singola inquadratura.

Per te potrei essere l’ennesima voce che parla bene – benissimo! – di questo film, e posso capire i tuoi dubbi. Sono entrata nella sala con la stessa sensazione, quella di essermi esposta a commenti così positivi da trovare la storia banale.
Ti dirò, avevo perfino il timore di annoiarmi!

Così non è stato e vorrei condividere con te le parti che dal mio punto di vista hanno reso il film un capolavoro da godersi al cinema.

1. L’ambientazione ripercorre gli anni di Batman

 L'ambientazione ripercorre gli anni di Batman

Il personaggio di Batman è stato creato negli anni Trenta, e la versione fumetto pubblicata da DC Comics è nata a partire dagli anni Quaranta. Si tratta di un’opera davvero ricca, che ha segnato anche le generazioni successive adattandosi alle diverse epoche, e con il film JOKER vengono ripercorse una a una con citazioni eccezionali.

La colonna sonora di questo film è davvero spettacolare e vede protagonisti Jimmy Durante con Smile – diventato famoso come comico negli anni Quaranta/Cinquanta – e Fred Astaire con Slap that bass, artista poliedrico diventato famoso anche come ballerino e in seguito perfino come attore.

A questi nomi si aggiunge Frank Sinatra, conosciuto come The Voice: è sua l’interpretazione di That’s Life del 1966, così come Send in the clowns, pubblicata in un suo album nel 1973.
Frank Sinatra, come molti altri artisti del suo tempo, se la cavava molto bene anche nel ballo e alcuni passi di danza che Arthur Fleck/Joker fa, imitano lo stile tipico di quegli anni.

In JOKER vediamo anche un programma That’s Life, condotto da Murray Franklin – interpretato da Robert De Niro.
Si tratta di una citazione al programma avviato nel 1973, e tra i produttori c’era un certo Henry Murray.
Lo spettacolo prevedeva satira e intrattenimento leggero, adatto per le famiglie, cosa che in effetti viene rispettata anche nel film.

Gli anni Quaranta e Cinquanta li vediamo anche nel malcontento diffuso nella città di Gotham: le possibilità di lavoro sono poche, c’è discriminazione e i fondi sociali vengono tagliati.
Ed è in questa atmosfera che si rivela Joker.

2. Joker rivela una società marcia

Joker rivela una società marcia

Uno degli aspetti che mi ha sempre intrigato di questo cattivo – quando guardavo la versione cartoon – è il suo modo mostrarsi al mondo.

All’inizio percepivo il trucco sul viso, i capelli verdi e la risata acuta come “trucchi del mestiere” utili a non farsi beccare. Un modo innovativo che modifica i connotati del criminale rendendolo allo stesso tempo famoso.
Questo mi ha sempre fatto pensare che Joker fosse una maschera da potere togliere per sfuggire alla polizia e al mondo.

In realtà il bello di questo personaggio sta proprio nel suo sfruttare il concetto di maschera antico, quello secondo cui la maschera – o il trucco – rivela invece di nascondere.

Joker porta allo scoperto una società che rigetta il diverso, rinnega le persone in difficoltà e le intrappola in un circolo vizioso. Invece che riabilitare, sostenere i più deboli, li schiaccia ancora più in basso, togliendo loro qualsiasi possibilità di rivalsa.

Tutto questo viene messo in luce nel film attraverso una crescita di consapevolezza da parte del protagonista, visibile anche dalle inquadrature scelte.
All’inizio si vedono riprese dal basso verso l’altro, un modo per sottolineare quanto la vita risulti una salita, sempre più dura da affrontare.

Ci sono due scene in particolare che risultano essere un confronto perfetto tra il prima e il dopo: quando è Arthur Fleck a percorrere tre rampe di scale, lo vediamo piccolo, in lontananza. La salita è al culmine di una giornata difficile, una giornata come tante altre, in cui il suo stesso essere al mondo viene messo in discussione. Ma quando Arthur Fleck si riconosce a tutti gli effetti come Joker, le scale vengono percorse dall’alto verso il basso. Joker danza allegro su quei gradini, li salta a piè pari senza timore: si sente al mondo e inizia a viverlo.

Per quello che riguarda il rapporto tra volto e maschera ho trovato molto evocativa la scena in metropolitana.
Arthur è truccato da clown e attira l’attenzione di tre ragazzi. Sono loro a canticchiare la canzone Send in the clowns, che rende la scena angosciante.
Loro sono senza maschera, senza trucco, eppure spaventano molto più del clown che si trovano davanti.

Un’inversione di ruoli che annulla l’effetto horror affibbiato al clown, che nonostante la risata acuta trasmette tutto il suo disagio.
Un aspetto che ritrovo nei romanzi di Stephen King, in cui è l’uomo il fulcro principale della paura e non il mostro.

La questione del privilegio

joker e la questione del privilegio

Il tema portante di questo film è quello del privilegio, e lo si può vedere sotto forme diverse.

Il privilegio di essere ricchi e in salute. Il privilegio di essere amati e apprezzati.
Il privilegio di essere creduti, ascoltati, di sentirsi parte della società.

Sono tutte cose che a volte vengono date per scontate, come se appartenessero a tutti. O comunque per ottenerle serve impegno, il nostro impegno, e se non ci riusciamo siamo noi a non avere fatto abbastanza. Noi che non ci siamo impegnati per davvero.

Arthur Fleck ha subito abusi da bambino, accudisce la madre e cerca di guadagnarsi da vivere fai vendo il clown. È una persona onesta rifiutata da una società che non lo reputa all’altezza, che lo accusa delle condizioni in cui si trova.
La stessa società che taglia i fondi agli assistenti sociali, un servizio che gli consentiva di avere le medicine di cui aveva bisogno e una psicologa da cui poter andare.

Questo perché coloro che possiedono un privilegio sociale (come l’essere bianchi in una società razzista), invece che aiutare chi è in difficoltà, preferisce prendersi gioco di queste persone, isolarle e usarle come capro espiatorio.

Con la convinzione di essersi guadagnato tutto quello che possiedono (anche il colore della pelle, per restare sul tema del razzismo) e che vada difeso.

JOKER mostra l’umanità del cattivo

JOKER mostra l'umanità del cattivo 

C’è anche un altro aspetto da non sottovalutare in questa pellicola: l’umanità del cattivo.

Joker è prima di tutto una persona rifiutata dalla società, che cerca con tutte le sue forze di cavarsela.
Non è difficile capirlo, immedesimarsi nelle sue difficoltà.

Nel momento in cui subisce l’ennesima aggressione, mi sono ritrovata a pensare “difenditi, ammazzali”. Sì, l’ho pensato, perché era troppo, e mi sono bloccata davanti a questo pensiero.
C’era la sua vita in gioco, una vita che la società aveva già dichiarato di poco valore a monte.

Per quanto non siano giustificabili gli omicidi commessi, io ho capito questa persona.
Ho provato la sensazione di mettermi nei suoi panni, e non so se avrei retto.

Capire Joker mi ha fatto riflettere anche una cosa di parecchi anni fa.
Quando giocavo con mio fratello non riuscivo a concepire che a lui piacessero i cattivi: Joker e Venom sono solo un esempio.
Avevo associato questa cosa alla paura: credevo che il suo voler essere il cattivo gli permettesse di sentire la situazione sotto controllo. Era lui a incutere timore, era lui ad avere potere sugli altri, così da non essere vittima.

Mi sa che mio fratello la sapeva molto più lunga: i cattivi dei fumetti sono umani.
Non hanno alcun privilegio, e invece di essere aiutati vengono condannati ancora prima che commettano qualcosa.
Sono le prime vittime di un sistema corrotto.

Insomma, un film profondo che si distanzia molto dai film di supereroi a cui siamo abituati. Per fare un paragone, JOKER si avvicina molto di più alla drammaticità presente in Logan.

Quindi se sei in cerca di un film drammatico, carico d’emozione e coinvolgente, non ti resta che andare a vedere JOKER.
Io penso mi dedicherò alla lettura di Batman: The Killling Joke, graphic novel con cui il film ha più punti in comune. O così mi è stato detto…

Alternative letterarie a libri che non mi sono piaciuti

Non tutti i libri che si leggono piacciono.
Trovarne qualcuno che non faccia al caso nostro è più che normale: la trama sembrava così avvincente! L’ambientazione ha fatto da ago della bilancia e lo abbiamo preso.

Insomma, il problema è che le aspettative sono state deluse e superare una cocente delusione quando si parla di libri non è facile: e se poi ne leggo un altro altrettanto brutto?

Ebbene: dopo due anni, ho pensato di tornare con due alternative letterarie a libri che non mi sono piaciuti. Così da metterti a disposizione letture intriganti, commoventi e perfino divertenti.

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