“Aladdin” in live action parla di femminismo alle nuove generazioni

In questo periodo, oltre alle collaborazioni Pixar, la Disney ha pensato di rinnovare i suoi classici con i live action.
Qualche tempo fa era toccato a La Bella e la Bestia, ma il vero boom c’è quest’anno: Dumbo, Aladdin, Il re leone.
Grandi classici che mi hanno emozionata con la loro storia e le loro canzoni.

Tra questi, il film d’animazione che cantavo di più era Aladdin: da piccola avevo i capelli lunghi fino in fondo alla schiena, quindi nell’asciugarli avevo il tempo di fare tutto il repertorio.

Questa premessa per dirti che sono andata a vederlo al cinema, pronta a rimanere con un po’ d’amaro in bocca come nel caso di La Bella e la Bestia. Che per quanto abbia trasmesso alcuni messaggi importanti, non mi ha emozionata come la sua versione classica.

Con Aladdin, invece, la Disney ha affinato il tiro: questo live action parla alle nuove generazioni e lo fa in modo coinvolgente.
E dal momento che in un live action vengono aggiunte cose nuove, eviterò gli spoiler sulle parti più succose.

Jasmine è sempre stata femminista

Jasmine è sempre stata femminista

Io non sono un trofeo da vincere

Parto dal pezzo forte: Jasmine è femminista.
Anzi, lo è sempre stata.

Tra le principesse, Jasmine era quella che veniva promessa in sposa a destra e a manca.
Una cosa che non le piaceva nemmeno un po’.

In questo live action la vediamo ancora più combattiva, e soprattutto risulta più netta la difficoltà a essere rispettata come persona.

Colpiscono molto i dialoghi che scambia con Jafar, perché non lasciano alcun dubbio: la donna deve solo essere guardata, non deve parlare perché in realtà non ha niente di interessante da dire.

Il tema della disparità di genere viene affrontato in modo netto, senza giri di parole. Un aspetto che ho apprezzato molto: niente messaggi edulcorati, niente sottintesi.
Questa è la realtà contro cui si combatte ogni giorno, anche per le più piccole cose, e la Disney l’ha messa in campo dandole tutto lo spazio necessario per crescere.

Il disagio e la rabbia di Jasmine vengono trasmessi attraverso le canzoni.
Un modo che ho trovato azzeccato per arrivare a parlare anche ai più piccoli, ma che non tutti gli adulti hanno apprezzato.
Ritengo ci sia l’idea che mettere le parole in rima o in canzone sminuisca il messaggio trasmesso, come se fosse un gioco.
Al contrario penso che la canzone veicoli meglio certi contenuti, e allo stesso tempo li lasci per più tempo nella nostra testa.

Ti è mai capitato di svegliarti con un ritornello in testa?
Se per gli adulti l’effetto è questo, per i bambini c’è un attaccamento verso i testi ascoltati, il desiderio di saperli.
Io stessa non ho mai dimenticato le canzoni Disney, sono quasi diventata un juke box, e nell’impararle mi sono arrivati uno a uno tutti i messaggi che per gli adulti venivano sminuiti.

Niente schiave nello staff di Aladdin

Niente schiave nello staff di Aladdin

In una di quelle canzoni imparate a memoria, quella dell’arrivo di Aladdin ad Agrabah, veniva fatto l’elenco dei possedimenti del principe Alì di Ababwa.
Tra questi le schiave.

Era una doccia gelata ogni volta.
La canzone era molto allegra e faticavo a non cantarla, ma pronunciare quelle parole mi metteva a disagio.
Si parlava di schiave, di sottomissione femminile, e lui andava a prendere in sposa una ragazza di sedici anni.
La cosa mi metteva parecchi dubbi in testa.

Con il live action vengono eliminate le catene, perché si fa riferimento a servitori e si chiede al popolo di inchinarsi a sua maestà.

Resta il rapporto padronale, ma per eliminarlo c’era bisogno di eliminare a sua volta il principe Alì e questo risultava impossibile ai fini della storia.

A mancare c’è anche un’altra scena che da bambina mi lasciava attonita: la schivitù di Jasmine, obbligata a servire Jafar. E a un certo punto impegnata a distrarlo con la seduzione.
Era una parte che stonava parecchio: lo vedevo più un obbligo che una scelta per avere salva la vita.

In ogni caso, l’unica figura di schiavitù che resta è quella del genio.

Will Smith che fa il genio

Will Smith che fa il genio

Questo per molti era un tasto dolente.
Will Smith è simpatico, ma per il Genio non basta.

Come personaggio ha un alto valore nella storia: per restare in tema Disney, il Genio è il grillo parlante di Aladdin.
Nei momenti in cui il protagonista vacilla, il Genio è lì a ricordargli i suoi valori e come il desiderio di potere non porti a nulla di buono.

Nella versione originale, per quanto cartoon, è stato interpretato da Robin Williams (in Italia dal mitico Gigi Proietti), un interprete eccezionale.
Will Smith penso proprio si sia reso conto che non era sostituibile, e che l’unica scelta possibile era quella di dare una sua personale versione del Genio.

Trovo ci sia riuscito e che le canzoni gliele abbiano cucite su misura, così che potesse interpretarle senza sembrare fuori luogo.

Personaggi e ambientazioni

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Si è trattato di un film piacevole, che mi ha emozionata molto.
Pur conoscendo già la storia, mi sono sentita nuovamente vicina ai personaggi e questo è merito degli attori, oltre che del regista e dello sceneggiatore.

Non conoscevo la maggior parte degli attori ingaggiati, e mi hanno piacevolmente stupita.
Quello che mi ha convita meno è stato Jafar: in alcuni momenti aveva una recitazione più simile a quella teatrale, quindi più esagerata e marcata. Nel complesso, però, trovo si sia inserito bene e abbia trasmesso molto nei punti più importanti.

A renderlo un film coinvolgente sono state anche le ambientazioni e le scenografie.
I colori brillanti e decisi tipici del medio-oriente, le decorazioni, i gioielli e  le danze indo-persiane mi hanno conquistata.
Se non fosse stato per la poltrona e la consapevolezza di trovarmi al cinema, avrei ballato e applaudito alla fine di ogni coreografia.

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