Il finale di GoT: un trono in fumo

Il trono di spade è stato un fenomeno mondiale, una delle serie televisive più seguite dell’ultimo decennio, madre di una nutrita fanbase e di tantissime teorie e previsioni.

Con l’arrivo dell’ultima stagione, e con essa del gran finale di questa epopea fantasy, aspettative e speculazioni su chi avrebbe guadagnato l’ambito trono di Westeros sono salite alle stelle, dando via addirittura a scommesse.
Un risultato non da poco per un telefilm, anche con il budget stellare della HBO!

È diventato però sempre più evidente che il trionfo tanto atteso sarebbe finito in fumo. Anche per chi ha apprezzato la chiusura della serie, è impossibile negare il tracollo che essa ha subito.
Sul sito imdb la media delle valutazioni degli utenti si è mantenuta al di sopra del 9 per le puntate delle prime sette stagioni, con un rovinoso crollo a 6,6 in quella finale.
Un trend simile a quello osservato su rotten tomatoes, passando da una media superiore al 90% a un misero 52%.
Perfino gli attori della serie, ormai affezionati ai propri personaggi, hanno dimostrato livelli variabili di entusiasmo per il finale scritto e diretto da David Benioff e D. B. Weiss.

Cos’è stato dunque ad andare storto?
Ciascuno avrà la propria opinione e, da persona curiosa quale sono, ho letto con voracità le critiche più disparate. Difficile avere certezze su un argomento tanto personale, ma tentando di restare imparziale e concentrandomi sulla struttura narrativa, ecco le mie principali considerazioni sul finale di GoT.

E attenzione agli spoiler (ovviamente)!

La sorpresa non vale la costruzione di una narrativa coerente

La sorpresa non vale la costruzione di una narrativa coerente

Uno dei punti di forza de Il trono di spade è sempre stata la capacità di sorprende lo spettatore, fin dalla prima stagione con l’ormai celebre morte di Ned Stark.
L’eroe viene crudelmente decapitato, vittima di intrighi politici e della propria ingenuità. Un fato che verrà condiviso dal figlio Robb Stark e da molti altri personaggi, che vengono puniti per dei propri difetti.

Sono scene di impatto non solo per la sorpresa. Costruiscono un senso di pericolo sempre più intenso, l’impressione che a ogni azione corrisponda una conseguenza.
È un gioco pericoloso, quello per il trono di spade.
Una sensazione che contribuisce all’ambientazione, a una narrativa coesa che tiene lo spettatore incollato allo schermo, come davanti a una partita sempre sull’orlo della ribalta.

La suspence, lo shock, i jumpscare sono strumenti portentosi per mantenere l’attenzione sulla scena. Non servono però a far progredire la storia, a trasmettere un messaggio, a costruire l’ambientazione.

Quando Arya Stark, a pochi minuti dalla fine del terzo episodio (l’epica battaglia di Grande Inverno contro i non morti), salta fuori dal nulla e pugnala il nemico più temuto di tutta la serie, sicuramente ci lascia sconvolti.
È una scena d’impatto.
Posside però il potenziale di diventare una scena iconica e significativa come le nozze rosse o l’esplosione del tempio di Baelor per mano di Cersei Lannister? Una domanda alla quale solo il futuro potrà rispondere, ma che attanaglia i fan.

Quando un conflitto viene costruito con attenzione per sette stagioni, tramite profezie, faccia a faccia mozzafiato, rivalità e alleanze che alterano l’assetto politico di un intero continente, ci lascia desideriosi di una risoluzione adeguata.
Una che arrivi a essere il culmine di tutte queste aspettative, che sia in linea con i temi della narrazione e lasci un senso di soddisfazione a chi ha seguito le vicende per anni.

È proprio questo senso di completezza e giustizia a mancare in quella che è stata la fine della più grande minaccia che Westeros abbia mai affrontato, sacrificato in nome di una sorpresa che lascia l’amaro in bocca.

Come tradire i propri valori

Come tradire i propri valori

Il trono di spade non è mai stato colmo di intenti pedagogici, o spudorato nel suo desiderio di trasmettere un certo tipo di morale. Anzi, ha acquisito successo grazie all’assenza di una chiara contrapposizione tra bene e male.
Nonostante questo, emergono due temi importanti: l’orrore della guerra e la minaccia del cambiamento climatico.
Messaggi chiari, coerenti, ben esemplificati fino alla stagione finale.
Poi qualcosa è andato storto.

Il cambiamento climatico è una vera minaccia?

Il cambiamento climatico è una vera minaccia?

Fin dalla prima stagione, ci vengono presentati i white walker: temibili non-morti che incarnano l’essenza stessa del gelo. Nel mondo di Westeros sono conosciuti come leggende, ma ora sono i rappresentati di un inverno interminabile che minaccia tutti i viventi.
Il pericolo viene però ignorato dai governi, fino ad acquisire proporzioni apocalittiche. Tutto sembra ormai perduto, l’unica speranza è mettere da parte le divergenze e combattere contro il nemico comune.

È questo lo scenario su cui si apre la stagione finale.

Non è difficile confrontare questo corso di eventi con quello che potrebbe essere il nostro futuro. Le politiche economiche hanno spesso la meglio su quelle ambientali, gli sforzi di cooperazione internazionale appaiono tardivi e poco efficaci. Nella vita di tutti i giorni, il cambiamento climatico non ci tocca.
Non vediamo le calotte polari sciogliersi, così come la popolazione di Westeros non ha assistito al crollo della Barriera.
Se le previsioni sono corrette, ci stiamo avviando verso una catastrofe ambientale, così come l’universo de Il trono di spade si stava preparando a un lungo inverno.

La storia sembra quindi metterci in guardia.
Non dovremmo trascurare una minaccia solo perchè oggi ci sembra distante, ma compiere uno sforzo congiunto per fronteggiarla prima che sia troppo tardi.

Cosa accade però nell’ottava stagione di GoT?
L’insegnamento viene vanificato in tre semplici mosse:

  1. I white walker non arrivano più a sud di Grande Inverno. La loro minaccia sembrava riguardare tutti i regni, soprattutto dopo la caduta della Barriera.
    Invece, la maggior parte della popolazione di Westeros si salva senza aver preso coscienza del problema, e senza aver contribuito a risolverlo.
  2. L’inverno dura una notte. Nonostante terribili leggende parlino di un gelo capace di durare per decenni, nel giro di poche ore tutto è finito. Il conflitto si risolve in una singola battaglia, con moltissimi sopravvissuti e pochi danni a Grande Inverno.
    Non esattamente l’apocalisse che ci aspettavamo.
  3. Nella necessità di rendere l’esercito dei non morti affrontabile, gli sceneggiatori hanno dichiarato che la morte del Re della notte avrebbe fermato tutti i suoi sottoposti. Una trovata poco originale, ma efficace in altri contesti. L’unica pecca? Non è più necessario un esercito di forze alleate per sconfiggere la minaccia, basta una ragazzina con abilità da assassina.
    Speriamo funzioni anche contro i livelli di CO2 nell’atmosfera.

La guerra è così cattiva?

La guerra è così cattiva?

Questa obiezione può sembrare un controsenso.

L’ottava stagione di GoT, con due interi episodi dedicati a battaglie campali, mostra molto bene la devastazione provocata da questi scontri. In particolare col massacro di Approdo del re, vediamo innocenti uccisi senza pietà, crimini di guerra, l’ascesa di un tiranno.
Eppure, viene a mancare in quest’ultima stagione la visione del quadro generale.

Certo, la guerra è terribile, provoca morte e distruzione.
Per tutta la durata della serie, però, abbiamo potuto osservare gli effetti più ampi del conflitto, il modo in cui cambiava la geografia del paese, il coinvolgimento della popolazione. Le battaglie vengono combattute dai soldati, ma a pagarne il prezzo sono anche contadini, mercanti e locandieri.

L’intera Westeros viene messa in ginocchio dal conflitto.
Una realtà che la serie ha illustrato molto bene nelle stagioni passate, pur senza portare sullo schermo la morte di centinaia di uomini, ma che il finale sembra quasi ignorare.
Non ci viene spiegato come il nuovo governo abbia intenzione di ricostruire il regno, se non con poche battute di dubbio acume.

Come nelle migliori fiabe, morto il cattivo tutto può tornare alla normalità.
Un tradimento del messaggio più profondo, quello che ci ricorda come il vero orrore non sia nel volto del tiranno, ma nelle sofferenze della popolazione, molte delle quali non possono essere ripagate.
Dovremmo evitare le guerre e non dimenticare mai qual è il loro prezzo, non accontentarci di vincerle.

Spezzare la ruota: il rinnovo del fantasy

Spezzare la ruota

Il trono di spade ha fatto grandi cose, così come la Madre dei Draghi, ed entrambi hanno sofferto di un finale difficile.

Le aspettative su questa serie era molto alte, e per quanto abbia ottenuto molto avrebbe potuto essere tanto di più.
In ogni caso Il trono di spade ci ha ricordato che il fantasy non è nato e morto con Il signore degli anelli, non è solo battaglie campali e creature mitologiche.
Westeros non è arrivata alla democrazia e probabilmente i dialoghi intelligenti saranno ancora sacrificati sull’altare di combattimenti interminabili, questo però non nega al genere fantasy la possibilità di rinnovarsi.
Si tratta di uno strumento portentoso che ha ancora molto da dire.
Basta pensare alla serie HBO Queste oscure materie, all’adattamento Netflix di The witcher e all’epica tolkieniana su cui lavora Amazon.
Per non parlare degli spin off ambientati ancora a Westeros.

Quindi salutiamo questa amata serie, con un groppo in gola e con un filo di delusione, ma con la certezza che abbia acceso una speranza per un futuro in cui il fantasy tornerà a tenerci incollati allo schermo.

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