Il femminismo anticonvenzionale di Marina Abramovic in “Rhythm 0”

La scena artistica dei secoli scorsi è, rispetto a quella contemporanea, apparentemente popolata da artisti di sesso maschile.
La poca varietà di genere è da riferirsi a parecchi fattori, primo fra tutti il ruolo secondario che la donna ha occupato fino a pochi decenni fa nella società.
Ciò significa che, nonostante l’esistenza di pittrici e scultrici di grande talento, solo alcune sono oggi ricordate a dovere.

La rarità del caso è quindi il motivo dell’interesse morboso in personalità come quella di Frida Khalo, per esempio, in quanto modello del femminismo contemporaneo.

Quindi oggi vorrei darvi un punto di vista diverso, parlando di un’artista contemporanea davvero molto interessante: Marina Abramovic.

Il femminismo di Marina Abramovic

Il femminismo di Marina Abramovic

Cos’è oggi il femminismo?
Si tratta di una parola spesso male interpretata, intesa nel suo senso più estremista anche quando viene utilizzata in contesti che di estremo non hanno nulla.

Una definizione puntuale intende che qualcuno può considerarsi “femminista” dal momento in cui, uomo o donna che sia, lotta per la parità dei sessi. In particolare in questo caso, è interessante la figura di Marina Abramovic, volto noto del panorama artistico contemporaneo.

Marina Abramovic è un’artista vivente considerata come la “madre della performance art“.
Lei, insieme a Gina Pane per citare un altro nome al femminile, ha contribuito a far diventare l’arte del corpo una vera e propria tipologia artistica, esattamente come lo sono la scultura e la pittura.

“Rhythm 0”

"Rhythm 0"

La personalità di Marina è forte, ricca e molte delle sue opere sono prova della sua grande intelligenza. In particolare Rythm 0, tenutasi alla Galleria Morra di Napoli nel 1974, mi sarà utile per spiegare cosa rende l’artista “femminista”.
Per l’occasione Marina ha allestito un tavolo su cui sono stati posizionati oggetti di vario genere (da una rosa a una pistola); sedutasi di fianco ad esso, per sei ore, ha permesso al pubblico di fare ciò che voleva di lei utilizzando (o non utilizzando) quegli oggetti. Ed è proprio qui che emerge il punto focale della questione: l’oggettivazione di un corpo.

Rendendosi vulnerabile, essendo lei la superficie su cui intervenire, diventa la tela su cui qualcuno dipinge, essa stessa è l’opera d’arte, seppur effimera. Lei non è più un corpo dai connotati che la rendono “donna”, lei è l’arte, l’azione, il pubblico ed anche l’artista stessa.

marina abramovic fotografia "Rhythm 0"

Il grande passo compiuto dalla Abramovic è stato quello di avvicinarsi all’annullamento di ogni convenzione e inibizione imposta dalla società per cancellare la malizia comune che aleggia attorno alla figura del corpo e della nudità. Nudità con cui spesso la donna affronta le sue performance, e che non va intesa unicamente in senso fisico, ma anche spirituale.

Questo tipo di femminismo, velato e moderato, porta esattamente alla questione della parità di cui parlavamo prima.
Per raggiungerla il processo è complicato, e l‘umiltà è la parola chiave.
Umiltà intesa come proporre comportamenti che non scavalchino nessuno, ma neppure che mettano l’individuo in una posizione in ogni modo inferiore.

Il rispetto dovrebbe essere incondizionato verso l’essere umano e verso gli esseri viventi.
La forza di Marina Abramovic nell’affermare sé stessa e l’umiltà che dimostra in ogni performance in cui coinvolge il suo pubblico esprime esattamente il concetto di “femminismo” che che oggi viene promulgato da molte personalità del mondo dell’arte.

 

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