Le undici solitudini di Yates

Il racconto, una forma narrativa che ancora suscita più sospetto che fascinazione in molti lettori, e come dar loro torto?

Nulla può sostituire un rapporto costruito attraverso centinaia di pagine con personaggi dei quali arriviamo a conoscere i più intimi segreti, e che seguiamo in miriadi di avventure.

Basti pensare alle serie poliziesche, all’affetto che possiamo arrivare a provare per il burbero detective, o a saghe i cui eroi ci accompagnano per tanti anni della nostra vita (sono sicura che tutti ne avrete almeno una radicata profondamente nel cuore).
Cosa sono poche decine di facciate in confronto?

Se siete tra gli scettici che si sono rivisti in queste parole, forse non conoscete Undici solitudini, la prima raccolta di racconti di Richard Yates.

L’America degli anni ’50

L'America degli anni '50

Pubblicato nel 1962, Undici solitudini è stato scritto tra il ’51 e il ’61 abbracciando in pieno gli anni del boom economico post bellico.

Non è un segreto che gli Stati Uniti degli anni cinquanta fossero colmi di contraddizioni, al di sotto di una lucida patina di benessere.

Erano gli anni della Guerra Fredda, dell’odio razziale, delle famiglie perfette. Anni in cui si approfondiva la distanza tra una classe media bianca, impegnata a bearsi dell’illusione di una felicità che passasse per la via del successo e del denaro, e una fetta di popolazione ancora sull’orlo della povertà.

Yates ha vissuto con intensità il proprio periodo storico, cogliendo appieno le ombre.

Nei suoi racconti traspare l’infelicità che affliggeva la sua generazione e la sua stessa vita, tra divorzi, una breve parentesi da militare e molte difficoltà lavorative.

Sarà proprio la natura personale di questi sentimenti a far emergere con potenza le emozioni racchiuse nelle sue parole.

Soli nella folla

Soli nella folla

Uno degli aspetti che più colpisce nella lettura di questi racconti è la ricorrente presenza di una comunità.

A partire dalle classi scolastiche di Il dottor Geco e Il regalo della maestra, per passare al cameratismo militare di Jody ha il coltello dalla parte del manico e all’ambiente lavorativo di Contro i pescicani. Non mancano la famiglia, gli amici, persino il rapporto instauratosi tra i pazienti di un reparto ospedaliero.

Come se, a discapito del titolo, i personaggi di questi undici racconti fossero incapaci di stare veramente da soli.

Dove ritroviamo, dunque, la solitudine che dà il titolo alla raccolta?

Yates ci ricorda la natura fragile delle relazioni che ci uniscono ai nostri cari, che siano amici, parenti o colleghi. Emerge da una parte la nostra esigenza di integrarci, di fare parte della folla, di essere accettati, e dall’altra la pungente consapevolezza di negare in questo modo una parte di noi stessi.

Gli uomini e le donne di Yates sono in costante conflitto tra il proprio egoismo e la necessità di sottostare alle convenzioni sociali, viste come l’unica via per raggiungere la felicità. Che sia la menzogna che il secolo sta tentando di rinforzare o un’amara realtà, possiamo deciderlo solo noi.

Resta un’unica certezza. Essere accettati, nei racconti di Yates, significa fingere e mentire. Soprattutto a se stessi.
Ed è difficile essere più soli di quando ci ritroviamo intrappolati in un’infelicità che non riusciamo ad ammettere di provare.

Definirsi, o lasciarsi definire?

Definirsi, o lasciarsi definire?

La società ti offre un ruolo, una soluzione comoda. Un marito deve occuparsi della famiglia, una maestra delle elementari deve essere dolce e paziente, uno scrittore deve scrivere e non importa cosa.

È per queste vie che passa il rispetto e il riconoscimento altrui, la differenza tra un fallito e un uomo di successo.
Un sistema pulito e sicuro.

Yates indaga nei suoi racconti proprio questo sistema, dalle sue basi fino alle sue debolezze. Raccoglie istantanee da vite che non hanno nulla di speciale, eppure ci parlano. Il momento in cui capisci quanto devi sporcarti le mani per fare parte del gruppo.

L’attimo in cui perdi la tua posizione e sei costretto a confrontarti con ciò che sei a livello profondo, con ciò che eri prima di assumere il tuo ruolo. Quello in cui te ne liberi con infantile senso di sollievo, in attesa della punizione che il mondo ti riserva, dello scherno e soprattutto della compassione.

Uno scorcio sulla vita di chi è scivolato al di fuori dell’ordine delle cose, chi ha rifiutato di farne parte. Il collega strambo che tutti compatiamo in segreto, l’insegnante severo incapace di farsi amare.

Di loro, non riusciamo a comprendere i sentimenti, come se Yates stesso li avesse sempre osservati da lontano, chiedendosi cosa significasse essere così dolorosamente se stessi.
Chiedendosi se la solitudine fosse il prezzo giusto da pagare.

Non ci sono soluzioni o risposte in questi racconti.
Alla fine, la vita va avanti, fregandosene delle piccole esistenze dei personaggi. Restiamo lì e li osservarviamo scivolare lentamente via mentre le ultime parole si esauriscono e noi voltiamo pagina.

Ci resta una piccola fitta di malinconia.
Ci resta da chiederci da dove viene, perchè ci sentiamo così svuotati.
Forse l’unico insegnamento è quello che accompagna ogni lettura.

Anche quando scegliamo la solitudine, scegliamo il silenzio e di dedicarci a noi stessi, attraverso la parola, l’arte, la scrittura, noi possiamo allungarci verso gli altri, mostrare le nostre debolezze e imperfezioni. Possiamo condividere il peso dei nostri fallimenti.

Quando comunichiamo, spezziamo due solitudini, la nostra e quella di chi ci ascolta. Cos’è la lettura, se non questo?

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