Westworld, recensione della prima stagione (senza spoiler)

Westworld, recensione della prima stagione (senza spoiler)

Buondì!

Come promesso, dopo la recensione di Storie della buonanotte per bambine ribelli, ecco in arrivo quella della prima stagione di Westworld.
La serie tv targata HBO il cui primo episodio andò in onda a ottobre 2016 e che vede tra i protagonisti il premio Oscar Anthony Hopkins. Affiancato da Ed Erris ed Evan Rachel Wood, che forse hai già visto in Thirteen – 13 anni.

Sconsiglio il binge watching se vuoi goderti a pieno questa serie arrivata alla seconda stagione proprio quest’anno, in cui la fanno da padrone i momenti di tensione, i colpi di scena e gli intrecci narrativi.

Date queste premesse mi sembra più che giusto proporti una recensione senza spoiler, e invitarti a scrivermi in un commento qual è il tuo personaggio preferito e perché.
Ovviamente nel pieno rispetto di chi non vuole anticipazioni sulla trama, ricordati di mettere uno spoiler alert in maiuscolo.
Ora veniamo a noi.

Westworld, dalla mente di Michael Crichton

Westworld, dalla mente di Michael Crichton

Questa serie tv ha delle ottime premesse: è basata sul film Il mondo dei robot (in lingua originale Westworld) del 1973, scritto e diretto da Michael Crichton.
Autore di science fiction e thriller, tra cui uno dei libri più belli che abbia mai letto: Jurassic Park, da cui è stata tratto l’omonimo film.

Che Crichton sia sempre stato affascinato dalla scienza e dal suo impiego lo dicono le sue stesse opere. Nelle quali troviamo il giusto equilibrio tra scene d’azione e d’introspezione.
E proprio come in Jurassic Park, anche in Westworld l’essere umano arriva a creare un parco di divertimenti in cui poter rivivere un’epoca ormai passata: quella del Far West.

Ma se nel primo caso si parla di clonazione di creature estinte, nel secondo l’attrazione principale sono umani-robot, chiamati residenti. Sfruttati per esaudire i desideri e assecondare anche i capricci più primordiali dei visitatori.

Westworld, dove tutto è concesso

Westworld, dove tutto è concesso

Con il sottotitolo presente nella versione italiana, dove tutto è concesso, viene dato allo spettatore un primo input per capire quali saranno i contenuti della serie.

Westworld si presenta come la terra della libertà, dove anche le azioni più riprovevoli non verranno punite. Anzi, risultano motivo di vanto per gli ospiti, sereni di poter lasciare incertezze, timori e dubbi morali fuori dalle mura del parco.

Trovo molto interessante la scelta del tema Far west per il parco e per la trama della serie stessa.
Cowboy, banditi e Indiani Pellerossa sono figure di un’epoca cruenta, durante la quale veniva naturale dividere le persone in padroni e schiavi. In cui bastava il desiderio di possedere qualcosa per farla propria. Con l’uso della forza se necessario.

Ed è proprio con la forza che i residenti vengono obbligati a subire giorno dopo giorno le stesse angherie.
Quando distrutti o non funzionanti, vengono portati in laboratorio dove oltre a essere riparati vengono privati dei loro ricordi.
Così che non possano provare il desiderio di ribellarsi e continuino ad affrontare ogni giorno come se fosse il primo.

Ed è proprio la mancanza di empatia nei confronti dei residenti da parte degli ospiti e di coloro che gestiscono il parco a creare l’atmosfera di tensione.
È sufficiente sapere che sono solo robot per non soffrire ogni volta che vengono uccisi?
Ci aiuta pensare che gli ospiti si comportano in modo violento solo perché davanti a loro hanno delle macchine?

Robert Ford: fascino e ambiguità

Robert Ford: fascino e ambiguità

Questa serie non presenta i ritmi serrati degli action movie, nonostante l’idea alla base del parco preveda avventure, sparatorie e risse.

Westworld prende ispirazione dai film western e si incastra alla perfezione con gli aspetti più affascinanti e inquietanti delle opere di fantascienza.
Ed è proprio questo a renderla così coinvolgente e capace di instillare nello spettatore nuovi dubbi e paure nel susseguirsi degli episodi.
Anche grazie all’ambiguità e all’astuzia dei personaggi presentati, tra i quali a farmi vacillare di più è stato Robert Ford, il direttore creativo e capo del team di sviluppo del parco. Interpretato da Anthony Hopkins.

Con il suo volto impassibile e la sicurezza di chi ha dato inizio all’intera opera, Robert Ford mette in soggezione ed è proprio con lui che il rapporto uomo-robot viene mostrato sotto una luce differente rispetto ad altre opere di fantascienza.
Questa volta, infatti, a essere messo sotto esame non è la macchina che tenta di diventare uomo, ma l’uomo che si allontana dalla sua umanità.

 

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