Bullismo e molestie, il mio punto di vista

Ciao Quattrocchi, questo non è un ci penso io.
Più che altro è un parliamone a quattrocchi, dove io ti lascio la mia esperienza e tu magari potresti lasciarmi la tua.
Non è uno scambio come quello delle figurine, perché alla fine entrambi ci ritroveremo con qualcosa in più. Senza aver rinunciato a niente.
Oggi, infatti, voglio condividere con te il mio punto di vista su bullismo e molestie.
Ti racconterò due eventi della mia vita, perché è importante dare un nome e un colore alle proprie emozioni.

Non ho scelto questa giornata per caso, ma perché è il Pink Day.
Giorno in cui si combatte il bullismo in tutte le sue forme indossando un indumento rosa. Di solito una maglietta.
Perché il rosa?
Penso sia perché il rosa è sempre stato definito il colore del sesso femminile, il sesso riconosciuto come debole. Colore associato agli omosessuali come forma di scherno, e che io stessa ho rifiutato per tantissimo tempo. Perché mi faceva sentire etichettata.

Vestirsi di rosa per il Pink Day è un gesto di rivalsa, e spero davvero ti vestirai di rosa anche tu oggi.
Ma vediamo di procedere.

Bullismo in classe: ma che ti ho fatto?

ABC Bullismo in classe

Non ho mai subito bullismo fisico.
Lo dico subito, perché mi è capitato di sentirmi chiedere “ma ti hanno mai fatto qualcosa di fisico?” e al mio no, l’interlocutore ha tirato un sospiro di sollievo. Per poi dirmi che allora era tutto superabile, qualcosa che passa in poco tempo.
A dirlo subito, forse riuscirà a passare che il bullismo fa male.
Anche se non mi picchi.

Il bullismo che ho subito l’hanno subito altri compagni di classe.
Forse pure tu.
Era sottile, semplice e venale.
Io giocavo a tennis, e fin lì tutto bene, e andavo a equitazione.
La nota dolente.

L’equitazione aveva fatto scattare una molla nei miei compagni, e ogni volta che toccava a me leggere in classe, sentivo qualcuno farmi il verso del cavallo.
In quel periodo, poi, passava in televisione quella pubblicità. Con un cavallo che rubava le caramelle, e una ragazza lo ammoniva con un simpatico “cavallo goloso”.
Quindi immagina se mi portavo una caramella a scuola.

Spesso mi chiedevo cosa potessi avere mai fatto per essere presa di mira in quel modo.
Semplicemente facevo cose. Come tutti, solo che le mie cose non erano ritenute consone, o condivise.
Pallavolo sì, equitazione no.
L’ago della bilancia sociale è sempre stato freddo e insensibile.

Ah! E ho i denti un po’ grandi, abbastanza grandi.
Sono sempre andata fiera dei miei denti. Non ho mai avuto bisogno di apparecchio, operazioni e visite particolari.
Ma avere i denti grandi mi ha portata più volte a essere paragonata al castoro.

Ti dirò, a darmi fastidio non erano la pubblicità delle caramelle o il castoro. E a dire tutta la verità nemmeno mi vergognavo di fare uno sport diverso dagli altri o di avere i denti grandi.
A ferirmi era che la mia persona, le mie scelte, le mie passioni, venissero sminuite, screditate.
Reagire (perché reagivo), difendermi, non mi bastava nemmeno.
Era stressante alzarsi ogni mattina e sapere che non andavo bene.

Non che volessi piacere a tutti, ma a me quando qualcuno stava antipatico semplicemente gli stavo alla larga.

#quellavoltache: molestie sull’autobus

#quellavoltache

Quella volta che sull’autobus un ragazzo più grande si è seduto accanto a me, e ha iniziato a parlarmi.

Non che ci sia qualcosa di male nel fare due chiacchiere. Mi piace parlare, scambiare opinioni, ridere e scherzare. Quella conversazione, però, era a senso unico e sinceramente non era affatto divertente.

Ero alle superiori. Il tragitto in autobus era bello lungo, quasi un’ora. Ma era bello farlo in compagnia delle amiche, incontrare chi non vedevi da un po’, ma anche da sola a fissare fuori dal finestrino e intanto scrivere storie mentali.

Questo ragazzo si siede.
Accenno un sorriso e sposto la cartella, così che possa starci coi piedi.
Anche qui, te lo dico subito: spesso mi capita di voler dire cose come “siediti pure” o “grazie per avermi fatta passare”, ma l’azione è così veloce che tutto si ferma al sorriso.
Sorrido sempre alle persone, è il mio primo gesto di cortesia.
E poi mi piace sorridere.

Questo non significa che ti puoi prendere certe libertà.
Il ragazzo in questione ha iniziato a dirmi che avevo un bel sorriso.
L’ho ringraziato.
Mi ha chiesto se gli sorridevo un’altra volta, e l’ho guardato un po’ stranita.
Mi ha detto che avevo una bella bocca, che sicuramente baciavo bene.
E ha allungato la mano, per metterla sul mio ginocchio.
Mi sono ritratta.

Non mi piaceva affatto la piega che aveva preso quella situazione.
Lui è andato avanti a dirmi altre cose del genere, a bassa voce.
Sorridendo, guardandosi intorno di tanto in tanto.
Se prima guardavo fuori dal finestrino per raccontarmi storie, ora guardavo nella speranza di vedere qualcuno alla fermata.
L’idea era quella di scendere lontana da dove abitavo, per non mostrargli dove si trovava casa mia.
E se te lo stai chiedendo, la risposta è no: non gli ho detto smettila.

Mi sono spinta contro il finestrino e ho accavallato le gambe.
Ero profondamente a disagio, un po’ impaurita.
Avevo quindici anni, mi sono sentita avvampare dall’imbarazzo di trovarmi lì.

Sono scesa davanti alle scuole elementari del paese prima del mio.
Era l’orario giusto: c’erano un sacco di persone, tra genitori nonni e bambini.
Lui è rimasto sull’autobus, ma prima che scendessi mi ha urlato “ci vediamo domani”.

Io il giorno dopo non l’ho visto, ma per qualche tempo ho continuato a guardarmi intorno.

 

Di storie come le mie, che sembrano raccontare solo piccolezze, ce ne sono tante.
In realtà queste storie parlano di emozioni, e anche tu lo sai come piombano tra petto e stomaco.
La verità è che spesso si preferisce giudicare un’emozione, invece di ascoltarla.
Quindi ti ringrazio di avermi letta, di aver ascoltato il mio punto di vista.
Dare un nome e un colore alle emozioni aiuta a capire e a capirci.

3 tipi di lettori per Black Mirror, memorie dal futuro

Tra qualche ora avrà inizio il fine settimana. E per chi non avesse ancora visto Black Mirror, è venuto il momento di darsi al binge watching.

Sì, anche sulle pagine di Quattrocchi si continua a parlare della famosa serie britannica.
Che con le sue puntate ci tiene ancorati allo schermo, anche se il rischio è quello di sentirsi spaesati o perfino spaventati.
E tutto questo perché in ogni singola puntata riusciamo a riconoscere parte del nostro quotidiano. Stravolto, portato all’estremo, nudo e crudo.
Eppure, nonostante la realtà che conosciamo si trovi davanti ai nostri occhi, ci sono parti che restano oscure.

A svelarci i segreti che si nascondono dietro la serie, ci ha pensato Damiano Garofalo, con Black Mirror, memorie dal futuro pubblicato da Edizioni Estemporanee.
Per scoprire se è il libro adatto a te, ho pensato a tre tipi di lettori che lo apprezzeranno dall’inizio alla fine.

1. Cinefili

Cinema e pop corn

Fare parte di questa categoria significa avere grandi responsabilità. Un po’ come se avessi dei super poteri.
Forse non lo sapevi, ma il bagaglio culturale che ti porti appresso non è certo di piccola taglia.

La passione per il cinema e le serie tv ti ha portato anche verso Black Mirror, e sappiamo che te la sei divorata.
Se poi hai pensato di rendere la tua passione un lavoro, magari tramite studi di filosofia e semiologia, allora questo volume non te lo puoi proprio perdere.

È a te che chiediamo se hai visto qualche somiglianza con altre produzioni britanniche, quanto sia rivoluzionaria la narrazione e la scelta del tema. O se tra le prime due stagioni e la terza hai notato un’inversione di tendenza della serie.

Secondo Damiano Garofalo c’è stata, e non si è trattata di una pura scelta commerciale.
Un indizio?
Il cambiamento di rotta lo ha segnato White Christmas.

2. Social addicted

social addicted

Se condividere sui social, mettere mi piace ai post di chi segui e riceverne altrettanti non ti lascia un po’ d’amaro in bocca, allora non hai visto Black Mirror.
Poco male, hai tempo per rimediare. Perché poi devi correre a leggere Black Mirror, memorie dal futuro.

Se con la serie non guarderai più lo smartphone nello stesso modo, con il libro potrai capire le preoccupazioni di chi lo smartphone non sa nemmeno cosa sia.
Parlo dei nonni, che ci vedono sempre attaccati “a quell’aggeggio”, che alla fine usiamo poco per chiamarli e molto di più per mostrarci.

Il capitolo adatto a te?
Stavo per dirti di leggere la parte dedicata alla puntata Caduta libera, ma preferisco suggerirti il terzo capitolo. Dove si parla dell’effetto vintage che vogliamo dare alla tecnologia odierna.
Pensa ai filtri che ti piacciono di più per le tue foto, o all’idea stessa su cui si basa Instagram: è alla Polaroid che si deve la diffusione della fotografia istantanea, diventata vintage negli anni 2000.

In ogni caso ai social sono dedicate molte pagine del libro, come è vero che dedichiamo loro la maggior parte del nostro tempo.
E se con la serie ne usciamo traumatizzati, con l’analisi di Garofalo ci viene data l’opportunità di capire come possiamo affrontare il dualismo identità-profilo.
Così da evitare un approccio esclusivamente pessimista, che non ci aiuta a rendere migliore il nostro rapporto con la tecnologia.

3. Quattrocchi

in cerca di nuovi punti di vista

Questo è un libro per Quattrocchi, con o senza gli occhiali. Perché a renderti tale sono curiosità, confronto e popculture.

Niente è più popculture dell’analisi di Black Mirror, che avrai già provveduto a valutare al termine di ogni puntata.
Ma qualcosa può sempre sfuggire. E poi dove lo mettiamo il gusto di scoprire nuovi punti di vista?

E a proposito di confronto: se leggere Black Mirror, memorie dal futuro non ti basta, il 23 febbraio Damiano Garofalo presenterà il libro alla Libreria Altroquando di Roma.
Quindi prepara le tue domande, e se non sai proprio da dove cominciare, leggi la nostra intervista all’autore!

 

 

Arcane Society: la serie in rosa e noir che mi ha fatto apprezzare il genere

Quando mi sono resa conto che stavo leggendo un romance novel era ormai troppo tardi: l’intreccio mi aveva preso a tal punto che dovevo per forza sapere come sarebbe andato a finire e, una volta arrivata all’ultima pagina, ho voluto sapere come la saga era cominciata. Ho sempre pensato che i romanzi rosa fossero adatti solo alle librerie dell’usato che si incrociano sui viali delle città di mare in riviera, e tendenzialmente li lasciavo lì: Harmony? Angelica? Ma quando mai! Poi ho trovato per caso, nella sezione dei testi in lingua originale di una libreria, Perfect Poison di Amanda Quick. Aveva una copertina intrigante (non mentiamoci: i libri li giudichiamo eccome dalla copertina!) e l’estratto parlava di un’indagine nella Londra vittoriana fra veleni ed intuito da detective in stile Sherlock Holmes. Ecco come ho scoperto la serie dei romanzi dell’Arcane Society.

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