L’episodio degli scenari ipotetici

 

Sono gli ultimi giorni di Gennaio, è appena arrivato un nuovo anno carico di aspettative, di buoni propositi che magari si sono un po’ ridimensionati, insomma è sempre un mese difficile. Sarà per questo che la Food for Health International ha scelto proprio Gennaio come Celebration of Life month. La celebrazione della vita che voglio proporvi oggi, però, è un po’ diversa, d’altronde siamo sempre in cerca di nuovi punti di vista!

Sto parlando di quei momenti in cui ci si guarda indietro e ci si domanda se le scelte fatte sono poi state giuste, e se non sarebbe stato meglio seguire un’altra strada. Io di recente ho messo mano al mio vecchio computer, ho trovato foto di quando ero adolescente e ho pensato a quanto è cambiato tutto. Poche cose sono andate come le avevo pianificate e, adattandomi, sono cambiata anch’io: ma avrò fatto bene? E se avessi continuato a seguire le idee e i sogni che avevo allora?

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Il Tempo visto da Isaac Asimov

Chi di noi non vorrebbe avere una Macchina del Tempo per poter cambiare una scelta del proprio passato? O possedere una sfera di cristallo per scoprire in anticipo cosa ci riserverà il futuro?
Sarebbe meraviglioso! Conosceremmo in anticipo le risposte degli esami e dei colloqui, potremmo evitare quel brutto incidente in moto… E potremmo sempre goderci la soddisfazione di dare la risposta giusta al momento giusto.
Ma siamo sicuri che sarebbe davvero tutto rose e fiori?

Il libro di oggi per la Popsugar Reading Challenge, La Fine dell’Eternità, vuole farci riflettere proprio su questa domanda. Con lo stile inconfondibile di Isaac Asimov, uno dei padri della fantascienza.
Se vi aspettate la Morte Nera di Star Wars o le nidiate di Alien allora siete decisamente sulla strada sbagliata. Anzi, se proprio fossi costretto a dovere fare un paragone con la fantascienza moderna, Asimov si avvicina molto di più allo stile di Black Mirror.

Prima che i puristi storcano il naso, cosa accomuna un autore del Novecento, creatore delle tre leggi della robotica, con una serie che parla di smartphone e realtà virtuale?
Entrambi vogliono farci riflettere su dove potrà condurci lo sviluppo scientifico del futuro.
E quello di La Fine dell’Eternità non è certo un futuro allegro.

Il Tempo è Relativo

Il tempo è relativo

Nel futuro immaginato da Asimov, l’uomo è riuscito a sviluppare i viaggi nel tempo.
È nata così l’Eternità, un binario che permette di viaggiare attraverso i secoli.

Questo prodigio però non è accessibile a tutti, ma solo a un gruppo di uomini accuratamente selezionati dall’infanzia: gli Eterni.
Il cui lavoro consiste nel viaggiare nel tempo per effettuare i cosiddetti mutamenti di realtà, con lo scopo di evitare gli eventi storici più disastrosi (come le guerre nucleari) e favorire quelli benefici (come le ricerche mediche).

Tra gli Eterni troviamo il protagonista della nostra storia: Andrew Harlan, appartenente alla casta dei Tecnici. Coloro che hanno il compito di individuare e realizzare il minimo mutamento necessario nel corso del tempo per ottenere lo sviluppo desiderato.

L’Eternità di Asimov ha aperto all’umanità la strada per un futuro di pace e prosperità.
Sarà davvero così?

Il Tempo è Tiranno

il tempo è tiranno

Gli Eterni sono una casta misteriosa. Coloro che non ne fanno parte sono chiamati con malcelato compatimento “Temporali” perché non hanno accesso all’Eternità e, soprattutto, sono costretti a subirne le conseguenze.

Questo è forse l’aspetto più inquietante di tutto il racconto: ogni Mutamento di Realtà operato dagli Eterni cambia il corso della storia. E di conseguenza delle persone che la vivono.
Per esempio, un uomo di una certa Realtà potrebbe non esistere più nella Realtà successiva, se a causa dell’intervento degli Eterni i suoi genitori non si sono mai conosciuti.
Se non è omicidio, di certo ci assomiglia molto. Ma agli Eterni questo non interessa: loro perseguono il Bene Superiore e con i loro Mutamenti proteggono milioni di vite.
Una o due vite cancellate dalla Storia sono un prezzo ragionevole da pagare.

Gli Eterni non sono i devoti servitori dell’umanità che vorrebbero far credere di essere. Invidie, gelosie, paranoie e complotti politici sono all’ordine del giorno nell’Eternità.
Si tratta solo di alcuni dei problemi di cui Andrew Harlan è al contempo vittima e carnefice. Una situazione destinata a esplodere quando Andrew incontra la bella Noys, della quale si innamora perdutamente.
Tanto che, pur di averla per sé, sarebbe disposto a tutto.
Anche a distruggere l’Eternità.

Il Tempo siamo Noi

il tempo siamo noi

La Fine dell’Eternità non fa parte del celebre Ciclo della Fondazione di Asimov, ma ne è un prequel e, soprattutto, contiene in sé tutti i tratti caratteristici delle opere dell’autore.

Asimov è un maestro nell’unire un racconto giallo, con colpi di scena che si susseguono fino all’ultimissima pagina (e non è un modo di dire!), con un’ambientazione fantascientifica solida e matura.

Gli Eterni sono un Deus Ex Machina benevolo ma tirannico, che soffoca ogni slancio di creatività dell’uomo. Una sorta di genitore iper-protettivo la cui protezione assomiglia molto a una gabbia dorata.
Bellissima, ma è pur sempre una prigione.

Forse il viaggio nel tempo immaginato da Asimov è ancora ben lontano dall’essere realizzato. Al contrario il messaggio su cui l’autore vuole farci riflettere è davvero, come si suol dire, senza tempo.

Tutti noi vorremmo poter impedire i brutti episodi del nostro passato o, ancora meglio, conoscere in anticipo il futuro per evitarli.
Ma questo ci priverebbe di ciò che rende tale una persona: l’esperienza.
Attraverso quegli episodi che vorremmo cancellare, in realtà siamo diventati chi siamo oggi. Imparare dai nostri errori è ciò che ci rende davvero adulti, capaci di accettare le conseguenze delle nostre azioni, e di migliorare noi stessi.

Un giorno, ci dice Asimov, raggiungeremo le stelle. Lo faremo passando attraverso innumerevoli errori che forse ci costeranno caro. Suderemo e piangeremo.
Ma alla fine ce la faremo. E sarà proprio tutta la fatica che abbiamo sopportato per arrivare al nostro traguardo che ci farà dire: “Ne è valsa la pena!”.

Omocausto: l’omosessualità nella storia

Lo strumento più utilizzato da chi scrive (soprattutto online), secondo solo alla tastiera, è il calendario.
Capire di cosa parlare e quando parlarne permette di organizzare il piano editoriale, senza il quale ci sentiremmo persi.
Immaginate la mia gioia quando mi è stato regalato il calendario di Bossy, subito inserito tra le stories di Instagram a inizio gennaio.
Questo calendario ricorda le date che hanno segnato la storia, importanti per il femminismo e la comunità LGBT+. E ogni mese si fa portavoce di un tema.
Quello di gennaio? L’Omocausto, anche titolo del libro a cura di Triskell Edizioni che parla dello sterminio della comunità LGBT+ nei campi di concentramento.

L’omosessualità è un argomento spesso ignorato dai libri di storia al liceo.
E ignorarlo penso dia solo credito all’omofobia, anche quella ben mascherata.
Per questo vogliamo presentare l’omosessualità nella storia.
Ecco com’è andata.

Grecia classica: il cammino iniziatico

Percorso da seguire

La Grecia classica è la culla della civiltà occidentale. Da lei arrivano molti degli insegnamenti politici, culturali e sociali sui quali ancora oggi ci basiamo.
E nel caso sia sfuggita, a quel periodo risale la prima storia d’amore omosessuale narrata nella letteratura. Anche se a noi viene presentata in modo diverso.

Parlo di Achille e Patroclo. Delle cui gesta narra Omero nell’Iliade, che risale circa al IX secolo. La morte di Patroclo, per mano di Ettore (chiedo scusa per lo spoiler), scatena l’ira di Achille. Che decide di vendicarlo.
A quei tempi le relazioni tra eroi in guerra erano frequenti, ma non solo.
Le coppie omosessuali erano espressione dell’amore pederastico, al quale era riconosciuto un ruolo educativo.
L’uomo adulto, erastes, aveva il compito di introdurre alla conoscenza, anche erotica, il giovane, eromenos.
Purtroppo il termine pederasta, con il quale si arrivò a identificare gli omosessuali, assunse una connotazione dispregiativa.

Antica Roma: l’omosessualità virile

L'omosessualità nella storia. Dimostrare di essere forti e virili

Tra i filosofi greci da ricordare, e da studiare (tutti ci siamo passati), c’è Platone.
Il quale, nell’immaginare e descrivere una società ideale, esaltò l’eterosessualità.
Ed è di suo pugno la distinzione tra i rapporti secondo natura, kata physin, e contro natura, para physin. Con la quale affermò che solo i kata physin, in quanto portavano alla procreazione, erano conformi alle norme sociali.

Platone non giudicò mai moralmente sbagliati i rapporti omosessuali.
Certo è che il suo pensiero, venne interpretato e sfruttato per le future discriminazioni.

Già nell’antica Roma iniziò a mutare la concezione dell’omosessualità.
Il termine “fottere” deriva da futuere, e per i romani era considerato virile sodomizzare i nemici in guerra. E si arrivò a creare una separazione tra l’omosessuale attivo e quello passivo, biasimato e visto come la controparte sottomessa e femminile.
Allo stesso Giulio Cesare venne dato l’appellativo di “Regina di Bitinia”, in quanto da giovane aveva avuto una relazione con il re di Bitinia, Nicomede IV.

Dare della femminuccia per sminuire l’uomo ha radici belle profonde.
Dal momento che nell’antichità, la donna era ritenuta inferiore.
E il motivo è dovuto al tipo di società, fondata su sistema patriarcale.

Società patriarcali e omofobia

Persone società diversità

Il punto di svolta lo segna il credo cristiano-cattolico, che con la Bibbia mette nero su bianco le basi dell’omofobia.
Ma perché un testo che parla di un uomo misericordioso, pronto ad aiutare il prossimo, denigra i rapporti tra due uomini?

La società del tempo assegnava ruoli precisi a donne e uomini.
E se le prime erano legate alla sfera della casa, della procreazione e dei figli, i secondi detenevano il potere.
L’omosessualità, come ha spiegato Paolo Pedote in Storia dell’omofobia, minava tale divisione dei ruoli, mettendo in discussione la stessa differenza di genere.
Gli uomini omosessuali perdevano il loro status di padroni, mentre le donne rinnegavano il loro ruolo di madre.

Con l’arrivo al potere degli imperatori cristiani, la situazione si fece più rischiosa.
Se prima erano derisi o malvisti, il Codice di Teodosio del 438 d.C. definiva l’omosessualità un crimine e chi veniva scoperto a praticarla era punito con il rogo.
Proprio come alcune donne condannate per stregoneria. E per mascherare l’odore dei corpi bruciati, forte e difficile da sopportare, veniva usato del finocchio.
Da qui l’appellativo odierno.

Il principio espresso nel Codice venne poi confermato dal Corpus iuris civilis di Giustiniano, risalente al VI secolo d.C. Alla base del diritto nei Paesi Occidentali e che introdusse il concetto di “atto contro natura”.

Un po’ di respiro con l’Umanesimo

Umanesimo e Rivoluzione Francese, la svolta storica

Dopo secoli di condanne, grazie alla riscoperta della letteratura classica le acque si placarono.
A Firenze, senza curarsi troppo delle leggi in vigore, tra aristocratici e artisti divenne consuetudine circondarsi di ragazzi giovani e belli.
Michelangelo Buonarroti dedicò 30 componimenti d’amore al giovane Tommaso Cavalieri. Mentre Niccolò Machiavelli, bisessuale, in una lettera a Francesco Vettori del 1514, parlava delle avventure di un amico “a caccia di uccelli” che ben presto trovò un “tordellino”.

Non c’è da stupirsi se all’epoca, in Germania, la parola florenzer (fiorentino) era sinonimo di omosessuale. Anche se le cose non andavano diversamente in altre città italiane.

La rivoluzione francese segna la vera svolta

Nel 1791, con l’arrivo dell’Illuminismo, omosessualità e stregoneria vennero definiti reati immaginari. Venne così abolita la pena capitale.
E a dare la vera svolta fu il codice napoleonico, secondo il quale il rapporto tra omosessuali consenzienti era legale.

Napoleone estese tale legge a tutti i paesi conquistati, e a rimanere esclusi furono il Regno di Sardegna e lo Stato Pontificio, in cui vigeva il Regolamento gregoriano. Secondo il quale si trattava di un reato da punire con l’ergastolo.

Positivismo e natura

Positivismo e natura: il caso di The Imitation Game

Nell’Ottocento, in Francia, ebbe inizio il Positivismo. Il movimento culturale che esaltava il progresso scientifico.

In questo clima di entusiasmo nei confronti della scienza, si cercò il suo appoggio per riconoscere l’omosessualità come naturale. E non più come un vizio, simbolo di una morale corrotta.

Le cose non andarono come si sperava, perché medici e psichiatri tolsero gli omosessuali dalle pene dell’inferno per richiuderli in manicomio.
Secondo Cesare Lombroso, gli omosessuali soffrivano di una malattia ereditaria favorita dall’eccessiva masturbazione. Mentre Sigmund Freud definiva l’omosessualità una nevrosi.

Ritenuta erroneamente una malattia, si provò a curare l’omosessualità con svariati metodi. Tra cui le iniezioni ormonali, a cui venne sottoposto anche il matematico Alan Turing, della cui storia parla il film The Imitation Game.

Il gioco si fa pericoloso

Il gioco si fa pericoloso

È proprio a partire dagli anni Trenta che i testi del passato vengono re-interpretati secondo le esigenze del periodo. Ossia rafforzare il concetto di società patriarcale, su cui si erano basati i popoli greci e romani.

L’ideale maschile descritto dallo stesso Mussolini era ipersessuato, forte, violento ed etero. Fondamenta dure da eliminare, sulle quali si costruisce ancora oggi.

Circa diecimila omosessuali uomini finirono la loro vita nei campi di concentramento.
A identificarli un triangolo rosa rovesciato. Un modo per schernirli, associarli alla femminilità.

In quanto ritenuto il sesso debole, le donne omosessuali non vennero perseguitate dalle leggi naziste allo stesso modo degli uomini.
Il loro simbolo era il triangolo nero rovesciato, che le indicava come asociali.
Ad avere lo stesso simbolo erano anche le prostitute, le socialiste e le comuniste. In quanto ritenute una minaccia ai valori ideologici delle famiglie del Terzo Reich.

E oggi come va?

Frequently asked questions

Oggi va che il passato ci condiziona ancora, invece che insegnarci.
Questo perché si fa fatica a uscire dalla comfort zone storica, se così possiamo dire. Nella quale alcuni si sono ritrovati, non per scelta, ma per tradizione e società.

Questi concetti, tramandati di generazione in generazione, rendono difficile accettare i cambiamenti. Come una donna che punta alla carriera invece che alla famiglia, o l’uomo sensibile che preferisce la danza classica a una partita di calcio.
Frutto di una forzata assegnazione di ruoli che ormai stanno stretti.