Flame: il lato oscuro del cosplay

Se avete cominciato a seguire con noi la nostra rubrica #QuattrocchiPop, saprete che il fenomeno del cosplay ha le sue radici agli inizi del secolo scorso… Chissà se già allora cominciava ad accendersi il cosiddetto flame?

Iniziamo da una definizione. Flame è quell’insieme di critiche molto aggressive o insulti pesanti, generalmente immeritati, rivolti ai cosplayer. Sappiamo purtroppo quanto sia diffuso il bullismo, ma ciò che mi ha colpito e spinto a trattare l’argomento è che gran parte delle offese sono scatenate dagli stessi cosplayer su altri “colleghi”. Io ho conosciuto il mondo del cosplay tramite un’amica, insieme ad altri amici e conoscendo nuovi amici, perché questo ambiente di per sé nasce per essere inclusivo più che competitivo: tutti condividiamo la stessa passione per saghe fantasy, fantascientifiche, anime, manga, etc… e tutti insieme ci diamo la possibilità, per qualche momento, di sentirci parte di esse.

Sicuramente si può imputare parte della colpa per la nascita del flame ai contest e ai concorsi a premi organizzati nei vari comic-con e alle fiere del fumetto ma, poiché esistono anche la sportività e la competizione amichevole, secondo me c’è di più.

Indagando via Facebook e facendo domande ho scoperto che spesso si tratta di veterani del cosplay che tendono ad accanirsi su chi si sta cimentando in questo hobby per le prime volte. Da alcuni anni a questa parte, le tecniche di costruzione dei costumi sono diventate sempre più elaborate e, con loro, hanno cominciato a professionalizzarsi coloro che praticano il cosplay da lungo tempo. Secondo i cosplayer con cui ho parlato, questo permette loro di sentirsi in diritto di esprimere il proprio parere spassionato e, spesso, non si tratta di giudizi costruttivi. Una ragazza mi racconta la sua esperienza, spiegando:

«Avevo sedici anni e, mentre la mia partner veniva premiata, mi sono accorta che altri, di almeno dieci anni più grandi di noi, sindacavano sul suo costume, dubitando che l’avesse fatto da sola.»

Oppure, ancora, mi raccontano della controversia per quanto riguarda la stampante 3D, l’uso della quale, in realtà, richiede un lavoro di progettazione a computer che spesso passa sotto silenzio. Tutti quelli con cui ho parlato concordano sul fatto che, invece, sarebbe necessario sostenersi a vicenda, scambiarsi consigli, sempre però con l’idea di migliorarsi. Per fortuna, per tanti che si atteggiano a superstar, altrettanti si occupano di aiutare e offrire consigli utili attraverso video tutorial ricchi di contenuti, come, ad esempio, il canale di Rexluna, dove si insegna come approntare il primo costume e prepararsi per la prima convention, o i video di Alyson Tabbitha per costruire armature spettacolari.

Non soltanto la costruzione del costume può essere un bersaglio, ma, scopro, anche la sua purezza e originalità. Ad esempio, i costumi presentati ai comic-con estivi sono soggetti a polemiche, a causa del fatto che molti di essi sono la trasposizione in costume da bagno di un abito originale (in copertina, ne è un esempio Sailor Neptune). Eppure, invece che idee divertenti e innovative, alla portata di tutti, talvolta sono considerati inconcepibili storpiature.

La più celebre, la più grossa, la più facile da rivolgere e la più difficile da digerire, quella l’ho lasciata per ultima.

L’aspetto fisico.

Ovvero: “se non hai il fisico per fare quel cosplay non farlo”. La taglia, il seno, gli addominali, i muscoli, l’altezza. Come se per interpretare Batman oggi fosse necessario essere Christian Bale o solo Margot Robbie potesse vestire i nuovi sgargianti shorts di Harley Quinn. Su internet il fenomeno è ancora più evidente e i soggetti interessati sono coloro che scelgono personaggi di taglia differente rispetto alla propria. Perfino alcuni blogger affermano apertamente: “Il cosplay non è per tutti, accettatelo”.

Io stessa ho visto il commento a un ragazzo in costume da Deadpool che veniva invitato ad utilizzare muscoli finti e ho potuto parlare con una giovane cosplayer di talento che mi ha spiegato come, a tutt’oggi, non essere magri è un grande ostacolo per chi vuole fare cosplay e che, poche settimane fa, le è stato amichevolmente consigliato di vestirsi da Majin Bu di Dragon Ball, perché di taglia simile, mentre indossando i panni di Super Pochaco, personaggio del Mondo Supersonico, ha riscosso parecchio successo. Con un’emoticon sorridente, ha concluso:

«Grazie al cosplay ho conosciuto delle persone meravigliose, con le quali ho instaurato un bellissimo rapporto d’amicizia e con le quali esco anche al di fuori dalle fiere! Si ricevono commenti negativi da tutte le parti, ma non per questo devo smettere!»

Questo particolare genere di flame investe chiunque, anche i professionisti. Sul New Statement si legge la testimonianza di Andy Valentine, conosciuto nell’ambiente anglofono per i suoi costumi elaborati, a cui è stato scritto: “Sei un uomo. Gli uomini non dovrebbero fare cosplay. Le donne sembrano attraenti, tu sembri un perdente”.

In risposta a questi attacchi, non solo sono nati molti gruppi Facebook dedicati allo scambio di indicazioni e ricerca di compagni cosplayer per formare grandi insiemi di personaggi, ma anche la campagna #notacosplayer, con la quale si invitano gli utenti a protestare contro questo particolare insulto (“Non sei un vero cosplayer se…”) postando una propria foto in costume, insieme all’hashtag e a uno dei commenti offensivi ricevuti.

Dunque, cosa definisce un vero cosplayer? Ho domandato anche questo, e le risposte che ho ricevuto sono state più che varie. Per qualcuno, si tratta di interpretazione. Il vero cosplayer studia a fondo il suo personaggio, ne impara il comportamento, le espressioni , i modi di dire, oltre che il suo vestiario e i suoi gadget. Per altri, invece, è un fatto di assiduità nella partecipazione alle fiere e di migliorare continuamente i propri costumi. C’è chi ritiene che il vero cosplayer sia una persona curiosa e visceralmente meticolosa, capace di rimanere in piedi fino a notte fonda per sistemare un abito o una parrucca, o per provare un’esibizione. C’è perfino chi non è in grado di darmi una definizione, sostenendo che semplicemente esiste chi ama il cosplay e chi non lo ama, chi preferisce confezionare i costumi e chi indossarli, chi ha le capacità e il tempo per cimentarsi in armature e chi invece indossa costumi semplici ed economici.

Ciò che mi sembra trapelare da ognuna di queste definizioni, in ogni caso, è la passione. Ed è proprio quanto dovrebbe rimanere veramente di un hobby così pop, così variopinto, a volte controverso, sempre sorprendente e, spero, “ignifugo”, resistente alle fiamme degli insulti.

Un pensiero su “Flame: il lato oscuro del cosplay

  1. Nobodyys Phantoom ha detto:

    Anche a me è successo molte volte di ritrovare gente che mi accusava di qualcosa. Il personaggio che interpreto è un personaggio Original post-apocalittico, ovvero che è stato creato dalla mia immaginazione, collocato in un universo post-atomico. Mi è stato principalmente detto che non sono un cosplayer, poichè il mio personaggio è un Original, oppure che addirittura ho copiato altri personaggi Original, poichè erano molto precedenti alla mia creazione e per primi loro si sono cimentati in questa cosa, portando avanti anche tesi assurde pur di screditarmi. La gente cercherà sempre di sminuire le altre creazioni perchè vuole sentirsi superiore agli altri. E molti cosplayer “famosi” così fanno, poichè devono sentirsi i migliori: guardano gli altri costumi con aria di sufficienza e li criticano per cose che talvolta nemmeno esistono. Ma alla fine che cosa siamo? Persone di varie età che si travestono dai loro personaggi preferiti alle fiere del fumetto. Fare cosplay vuol dire interpretare un personaggio, certo, ma soprattutto divertirsi. Chi invece vuole solo apparire, criticare, accusare, insultare e basta e sentirsi migliore degli altri, non è da considerarsi un cosplayer.

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