Arrival: il lato umano della fantascienza.

“L’Oscar va a…” questa è la frase che ho sperato di sentire durante la cerimonia di questo anno, ma le mie aspettative erano ben oltre il possibile delle candidature più in vista del cinema.

Il film di cui vorrei parlarvi oggi è Arrival, ultimo prodotto di quel filone fantascientifico a me tanto caro. Data la maestria dimostrata dal regista cercherò di evitarvi ogni possibile spoiler e di concentrarmi sui temi affrontati nell’opera.

Arrival è odierno, cioè contemporaneo alla nostra società (o meglio a quella americana), dove personaggi verosimili vivono le loro vite. Qualcosa però sconvolge quella di Louise Banks (Amy Adams), già travagliata per il difficile decorso della malattia della figlia, e quella dell’intero pianeta: arrivano gli alieni. Ebbene sì, seguendo il lascito cinematografico che fu prima di Ultimatum alla Terra e successivamente de La guerra dei mondi [1], anche questo film paventa l’ipotesi di un improvviso sbarco di esseri extraterrestri.

È chiaro sin dai primi minuti che l’opera aspira alla verosimiglianza, dal momento che l’ambiente nel quale la protagonista apprende la notizia è la sua università e le fonti sono internet, i media tradizionali e i social network. Quello che però spiazza lo spettatore, dettaglio che ho apprezzato molto e dal quale parte la mia riflessione, è la professione di Louise: docente di linguistica. L’inizio della vicenda è dato dal desiderio del governo degli Stati Uniti di comunicare con gli alieni che, a quanto apprendiamo, non si sono dimostrati aggressivi e, anzi, sono disponibili al contatto.
Il contatto ha il ruolo centrale nell’intero film, cosa che discosta quest’opera da altre che potremmo definire d’azione, e viene presentato in chiave critica, in modo complesso e mai dato per scontato. In molti film del genere fantascientifico la comunicazione e lo scambio tra umani e alieni vengono narrati in due modi possibili: impossibilità di trasmissione del pensiero da un lato, che si traduce in un inevitabile conflitto per la sopravvivenza tra specie (ad esempio i cult come Alien o Predator), riconoscimento (quasi) immediato dell’identità dall’altro, ne sono esempi opere dove il protagonista scopre in effetti che gli alieni parlano un’altra lingua, ma che il loro schema di pensiero ( che spazia dalla organizzazione della frase alla capacità di rappresentare il mondo attraverso immagini) in fin dei conti è uguale a quello umano [2].

Dov’è la rivoluzione di questo film?
Nella comprensione degli alieni o, meglio, nella sua modalità. Tipica componente della fantascienza devota all’esplorazione è il desiderio, o la necessità, di conoscere ciò che è alieno[3] entro i limiti del pensiero umano; eppure questo compito è, in fin dei conti, sempre affidato alla scienza, cioè fisica, chimica e biologia, talvolta all’archeologia [4]. Louise Banks invece è una linguista specializzata in sanscrito e in altre lingue morte il cui unico contributo verso il governo è stato la traduzione di conversazioni tra terroristi, è divertente il momento in cui prova la sua competenza attraverso la traduzione esatta di un termine controverso.
Dal momento in cui diviene chiaro il ruolo indiscusso da protagonista, questa eroina si distanzia con forza dallo scienziato stereotipico, pronto a catalogare campioni biologici o a fare ipotesi sul viaggio interstellare, che pur tuttavia appare nelle sembianze di Ian Donnely (Jeremy Renner), un matematico geniale che, come previsto, afferma l’universalità della propria scienza sminuendo, in qualche modo, quella della collega.

Ancora non riuscite a sentire la ventata d’aria fresca?
Facciamo una pausa e pensiamo a Ultimatum alla Terra[5]: un film in cui gli alieni giungono sotto sembianze umane con il dichiarato intento di spazzare via l’umanità (se credete che sia uno spoiler vi invito a riflettere sul titolo); ebbene il ruolo da co-protagonista è affidato a Helen Benson (Jennifer Connely) la quale dovrà dimostrare che, alla fin fine, gli umani meritano una seconda possibilità. Come avviene tutto ciò? Sfruttando, ovviamente, l’incredibile sensibilità della protagonista, una madre vedova, e del figlio adottivo disperato. Una donna molto sensibile e al contempo capace di farsi carico della sofferenza del genere umano, se non vi sembra uno stereotipo questo…

Torniamo a Louise e alla sua scalata verso la vetta, una metafora quanto mai reale nel film. Lei è l’artefice dell’impossibile: fra traduzioni di una lingua incomprensibile (sia per grafia sia per concezione) e mediazioni tra vertici militari, tra la cocciutaggine di un ambiente fortemente maschile e la rappresentanza di un intero campo di studi, Louise Banks è il simbolo di un cambiamento[6] del genere fantascientifico. Come la hard science fiction suggerisce, il corso del genere, sia letterario sia cinematografico, ha visto raramente nel ruolo di protagonista una donna e, quasi mai a mio parare, un rappresentanza di studi umanistici. La novità alla quale mi riferisco è proprio questa: il duplice ruolo di donna protagonista e non-scienziata, ma pur sempre intellettuale.

Provate a pensare alla nostra realtà, quante donne dedicano la loro carriera universitaria agli studi umanistici e quante a quelli scientifici? Ora immaginatelo di un paese diverso, ad esempio gli Stati Uniti. Infine immaginate a quanto sia facile accettare la figura di una donna intellettuale specializzata in lingue come verosimile senza porsi troppe domande. Questo è l’aspetto genuino di uno stereotipo, cioè di qualcosa che aiuta a comprendere senza dover riflettere troppo.
Mischiate questo stereotipo con le luci della ribalta e… Buona visione.

 

A tutti coloro che si aspettavano una recensione completa con tanto di trama rivelata chiedo scusa, ma vi invito calorosamente a vedere Arrival, che sia per dovere di intellettuale o di avido cinefilo sarà tempo ben speso.

A tutti gli altri lancio una sfida: non fatevi sorprendere dal colpo di scena…

Ci siete riusciti?

 

 

 

[1] Parlo delle versioni originali del 1951 e del ’53 anche se sono ben consapevole dell’esistenza di più recenti remake.

[2] Se volete un esempio guardate Avatar di J. Cameron dove, guarda a caso, i Na’vi hanno un linguaggio complesso che tuttavia descrive il mondo come farebbe una tribù del Centro America.

[3] Gli alieni del già citato Alien sono chiamati ‘xenomorfi’ parola formata dal prefisso ‘xeno-‘ cioè ‘diverso’.

[4] Vi suggerisco un ottimo Prometheus di R. Scott per rimanere in tema.

[5] Questa volta parlo della versione del 2008 con Keanu Reeves.

[6] Che personalmente auspico, ma di cui non do per scontato lo svolgimento.

Flame: il lato oscuro del cosplay

Se avete cominciato a seguire con noi la nostra rubrica #QuattrocchiPop, saprete che il fenomeno del cosplay ha le sue radici agli inizi del secolo scorso… Chissà se già allora cominciava ad accendersi il cosiddetto flame?

Iniziamo da una definizione. Flame è quell’insieme di critiche molto aggressive o insulti pesanti, generalmente immeritati, rivolti ai cosplayer. Sappiamo purtroppo quanto sia diffuso il bullismo, ma ciò che mi ha colpito e spinto a trattare l’argomento è che gran parte delle offese sono scatenate dagli stessi cosplayer su altri “colleghi”. Io ho conosciuto il mondo del cosplay tramite un’amica, insieme ad altri amici e conoscendo nuovi amici, perché questo ambiente di per sé nasce per essere inclusivo più che competitivo: tutti condividiamo la stessa passione per saghe fantasy, fantascientifiche, anime, manga, etc… e tutti insieme ci diamo la possibilità, per qualche momento, di sentirci parte di esse.

Sicuramente si può imputare parte della colpa per la nascita del flame ai contest e ai concorsi a premi organizzati nei vari comic-con e alle fiere del fumetto ma, poiché esistono anche la sportività e la competizione amichevole, secondo me c’è di più.

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This is the End (?)

Per iniziare bene la settimana ho pensato di partire dalla fine.

Sono un appassionato lettore della saga de Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di G.R.R. Martin, che forse molti di voi conosceranno con il nome A Game of Thrones, serie TV della HBO.

Visto il grande seguito, letterario e televisivo, si potrebbe dire che siamo davanti al fenomeno letterario che ha ridefinito il fantasy contemporaneo: una serie di ben cinque libri (dodici nella versione italiana) iniziata nell’ormai lontano 1996 e dedicata alle vicissitudini del continente di Westeros, colmo di intrighi, colpi di scena e personaggi che non potrete che amare (od odiare visceralmente). Insomma, se siete appassionati di fantasy o di intrigo politico leggetelo, nonostante quello che seguirà. Ne vale comunque la pena.

Certo, la perfezione non è di questo mondo. Il buon G.R.R. Martin, a dispetto della sua notevole spocchia, non fa eccezione. Le sue Cronache hanno più di un difetto, ma ce n’è uno che spicca su tutti, e chi conosce la saga penso concorderà con me: non ha una fine.

Intendiamoci, dovrebbe averla, tuttavia resta ignoto se e quando verrà mai pubblicata. Lo scrittore non è mai stato conosciuto per la sua celerità editoriale, ma l’attesa per il prossimo capitolo, The Winds of Winter, si aggira ormai sui sei anni. Peggiori ancora sono i continui rinvii della data di pubblicazione: il libro doveva uscire per l’autunno del 2016, poi rinviato al Marzo 2017.

Voi avete visto qualcosa? Io no.

Perfino per un pubblico adorante come quello di cui gode il “buon” Martin, sono comportamenti difficili da digerire. Naturalmente, nell’era del social web, sono fiorite innumerevoli discussioni sul perché l’autore abbia incontrato tutti questi ritardi.

C’è chi crede che, dopo tutto questo tempo, Martin abbia perso la voglia di scrivere. Falso, perché in questi sei anni ha pubblicato diversi romanzi. Si potrebbe pensare, allora, che dopo anni si sia stancato della sua Westeros e voglia sperimentare qualcosa di nuovo.

Sarebbe comprensibile.

Invece non è così, perché tra le sue pubblicazioni vi sono dei prequel delle Cronache; inoltre, Martin ha sempre dimostrato di provare un vero amore per la sua creatura che l’ha reso decisamente famoso. Dopotutto, è l’opera della sua vita.

A mio avviso, ma so di essere in buona compagnia, la risposta è apparentemente più semplice: Martin non sa come concludere la sua epopea.

O meglio, lo sa bene quanto noi lettori, visto che gli indizi sparsi per i suoi libri di certo non mancano a riguardo.

Ma il finale non è “solo” una conclusione.

Io credo che una saga sia come un lungo viaggio che autore e lettori percorrono insieme, attraverso tempo e impegno, lacrime e risate. Alla fine, però, ogni viaggio ha una sua meta, e tutti noi vorremmo tenerne un ricordo che la simboleggi pienamente.

Il finale è la nostra meta, più di ogni altro momento saliente della narrazione è qui che tutto viene risolto ogni trama raggiunge il suo apice: l’autore si gioca tutto… e non è una partita facile.

L’autore sa di dover rendere conto alle aspettative dei suoi lettori. A volte questa pressione lo spinge perfino a prendere decisioni che normalmente non avrebbe mai preso.

Esempi simili si possono trovare ovunque, non solo nella letteratura: dal deludente finale di How I Met Your Mother, serie TV vissuta più a lungo di quanto avrebbe dovuto e che ha costretto i suoi autori a darle una conclusione che non era la sua, all’inspiegabile epilogo della trilogia videoludica di Mass Effect, così tanto criticata dai giocatori da costringere la casa produttrice a correre ai ripari con un intervento postumo (e nemmeno tanto ben riuscito).

Per rimanere sui classici, ricordo che un certo Arthur Conan Doyle fu addirittura costretto a resuscitare l’investigatore più famoso del mondo per sfuggire alle ire dei suoi lettori.

Se non è pressione questa!

Tuttavia, credo sarebbe eccessivamente riduttivo considerare gli autori solo come “ostaggi” delle speranze del proprio pubblico. In fin dei conti, noi lettori siamo prevedibili: sappiamo cosa ci piace e di certo non ne vogliamo fare segreto. Quegli autori dotati di talento forse faranno un po’ più fatica del solito per accontentarci anche sul gran finale, ma alla fine ce la faranno come sempre.

Perché in tanti fanno così fatica a concludere una saga?

Vi offro la mia risposta con un altro esempio: J. K. Rowling, che certo non ha bisogno di presentazioni.

Premettendo che adoro la saga di Harry Potter, il suo finale è decisamente… deludente. Non entro nello specifico per evitare spoiler (davvero non l’avete ancora letto?!), ma è sufficiente dire che, dopo un’escalation di morti, tradimenti e toni apocalittici, il finale de I Doni della Morte sembra quasi tratto da una favola da principesse Disney.

Un happy ending fin troppo mieloso finisce, per assurdo, per lasciarci l’amaro in bocca, non solo perché tradisce diversi presupposti narrativi spiegati nel corso dei libri precedenti, ma soprattutto perché non è all’altezza dell’indiscussa bravura della scrittrice.

Perché lo hai fatto, oh Rowling? O meglio, perché non hai avuto il coraggio di fare quello che era pienamente in tuo potere?

Io credo che non se la sia sentita.

Se per i lettori i personaggi sono come degli amici, per gli scrittori sono come dei figli. Li hanno creati, li hanno cresciuti e hanno ricevuto le soddisfazioni di vederli intraprendere una propria strada, a volte perfino in modi che l’autore non immaginava.

Quando arriva il momento di mettere la parola “Fine” un personaggio, si deve essere pronti a rinunciarvi. Sì, lo si consegna all’immaginario collettivo (ed è un Olimpo ben invidiabile, penso), anche se quel personaggio non ti apparterrà più.

Ci si priva di qualcosa di molto prezioso molto intimo, perché credo che ogni scrittore riversi una piccola parte di sé in ogni suo personaggio.

Prendete il mitico Leo Ortolani e il suo famosissimo fumetto Rat-man. Quando iniziò a cimentarsi nelle parodistiche imprese del suo supereroe, Ortolani disse che la sua serie sarebbe finita con il numero 100.

Ebbene, oggi io ho quel numero 100. E volete sapere una cosa?

Non è il finale della serie.

Non solo. Ortolani, con la genialità che lo contraddistingue, spende il numero 100 di Rat-man per spiegare perché la sua serie non si concluderà in quel numero. E lo fa in un modo che quasi commuove. Non intendo fare spoiler, ma posso caldamente consigliarvi di procurarvi quel numero e leggervelo.

Ortolani quindi “ammette” di avere un problema nel raggiungere il finale tanto desiderato. Non vuole forzare la mano per farlo rientrare nel numero 100, ma sente di dover dare una spiegazione ai suoi lettori. Da un lato è una cortesia che si apprezza molto, dall’altro è una lezione importante e, per chi non è abituato a vestire i panni dello scrittore, tutt’altro che scontata.
Una storia, come una composizione musicale, ha un ritmo che deve essere rispettato: non si deve mai accelerare nè tergiversare. Soprattutto, l’autore deve avere rispetto della sua opera prendendosi, se necessario, il coraggio di imporsi sui desideri dei propri lettori.
Ars gratia artis, insomma.

Ed è qui che mi rivolgo a noi, i lettori (o comunque, coloro che godranno dell’opera compiuta, quale che essa sia). Siamo la croce e la delizia degli autori, ma alle volte ci sfugge la responsabilità che abbiamo nei loro confronti, ossia lasciarli lavorare in pace!
In questo modo, avremo finali all’altezza delle nostre aspettative… o almeno un tweet dell’autore che ci avvisa che dovremo pazientare ancora un po’.

Provare per credere: pensate un finale che non vi sia piaciuto. Libro, film o altro, poco importa. Riprendetelo in mano, godetevelo ancora ma questa volta mettetevi nei panni del suo autore.

Sono curioso di sapere se arriverete alle mie stesse… conclusioni.