La scimmia di Gabbani

Mia mamma continuava a lamentarsi che a Sanremo aveva vinto la canzone della scimmia, e per me che non avevo seguito il festival risultava essere un’informazione un po’ povera. Ho perfino pensato ci fosse una canzone dal titolo La scimmia, ma Youtube continuava a suggerirmi di guardare Occidentali’s karma, e finalmente il nodo si è sciolto e la canzone ovviamente non parla di una scimmia.

Ma allora, cosa c’è che non va nella canzone di Gabbani?

Il video sul canale vevo (GabbaniVEVO) inizia con un paio di candele accese davanti a una statuetta del Buddha, che dal gesto delle mani (mudra) si intuisce essere Shakyamuni, il Buddha storico (persona realmente esistita e da cui è partito tutto il pensiero intorno al V secolo a.C.), visto che l’intera ambientazione può dirsi giapponese (la stanza coi tatami, il sushi). Nonostante vengano introdotti termini quali nirvana e karma, di origine indiana, restiamo comunque in Giappone, dal momento che il Buddhismo si è diffuso in tutta l’Asia e negli anni Settanta in tutto il mondo, venendo inglobato in quella serie di culti new age di cui facciamo sfoggio ancora oggi.

Gabbani compare in due mise o con due outfit, se preferite: il primo da monaco buddhista (leggermente rivisitato, perché non mi sembra di color zafferano, ma ci siamo) e il secondo in skinny e blazer, quest’ultimo ispirato ai kimono giapponesi… non certo maschili! L’uomo indossa, infatti, kimono monocromi, mentre le donne possono scegliere tra kimono decorati con fiori e gru; ovviamente se si fosse messo un semplice blazer blu l’effetto e il riferimento al Giappone sarebbe sparito, sembrando un uomo qualunque che tenta di meditare con pantaloni troppo aderenti.

Ma passiamo alla canzone.

Le prime parole che intona sono «essere o dover essere, il dubbio amletico», una palese reinterpretazione in chiave moderna di “essere o non essere”, tratto dall’Amleto di Shakespeare (lasciando perdere Kant e il suo dover essere legato alla legge morale, è pur sempre una canzone, non c’è bisogno di scavare troppo).

E dopo averci sistemati in una «gabbia due per tre», la canzone prosegue rendendoci noto di come si preferisca fare i finti intellettuali, accontentandoci di risposte facili; Buddha si ritrova in fila indiana e «l’evoluzione inciampa». Poi arriva la scimmia e tutti ci perdiamo.

Che c’entra la scimmia? C’entra, con la teoria dell’evoluzione, ve lo ricordate Darwin?

Una critica alla società, così attaccata a un internet disinformato, ma le cui notizie risultano essere più succulenti, perché si parla di gossip, volano gli insulti e ci permette di essere tuttologi.

Nessuno si domanda da dove arrivino le notizie, nessuno se ne preoccupa, ci piace molto di più metterci «in salvo dall’odore dei tuoi simili»: frase che può essere vista come il semplice proseguo della strofa precedente che parla di «gocce di chanel», ma che implica la necessità di distinguersi  dagli altri, non per essere sé stessi ma per non essere gli altri, vedendo nel diverso qualcosa di sbagliato, qualcosa che può essere solo criticato.

L’intera canzone è comunque riassumibile nel suo stesso titolo inglesizzato: l’occidentale ha davvero preso quello che più voleva dall’oriente, trasformandolo senza nemmeno domandarsi se avrebbe funzionato. Senza capire come funziona realmente e riducendolo a una moda: yoga, sushi (diventato «l’oppio dei poveri»), karma etc… parole e concetti che ci sfiorano e che sfruttiamo con poca cognizione. Per non parlare del fatto che allo stesso modo ci mettiamo in bocca parole inglesi, come se l’italiano non potesse descrivere quegli stessi concetti: mood invece che stato d’animo, Made in Italy. Per non parlare dei terribili verbi ibridi come screenshottare.

E poi «quando la vita si distrae cadono gli uomini», ma la scimmia è quella che si rialza, e non nel senso che dentro di noi c’è l’animale che ci permette di restare in sella: l’uomo è un po’ una rovina, è bene capire che la Terra sopravvivrà a noi e non il contrario, e che l’animale avrà più occasioni di noi.

Quindi, dopo tutto questo, possiamo dire che a rendere difficile il passaggio cantante-ascoltatore sono il ritmo, ma soprattutto il balletto: mosse un po’ ridicole, facili da imparare. Elementi che rendono la canzone ballabile, una di quelle che se fossero uscite d’estate ci avrebbero riempito le orecchie fin sotto al mare. Anche se non so se sarebbe potuta diventare un tormentone, dal momento che un significato oltre alla scimmia che balla, ce l’ha.

2 pensieri su “La scimmia di Gabbani

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